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Shining di Stanley Kubrick: 37 anni dopo

Matteo Regoli 02/11/2017

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In occasione del ritorno di Shining nelle sale cinematografiche italiane, riscopriamo insieme il capolavoro di Stanley Kubrick: un horror d’antologia che, 37 anni dopo, rimane una delle migliori opere filmiche mai realizzate.

Se Stanley Kubrick non avesse mai diretto 2001: Odissea Nello Spazio, allora probabilmente l’onore di essere considerato il suo miglior film spetterebbe a Shining.

Era il 1975 e il mondo era appena stato presentato a Barry Lyndon, ma l’instancabile Kubrick aveva già preso a guardarsi intorno alla ricerca di qualcosa che potesse ispirarlo per il suo nuovo lungometraggio. L’ispirazione arrivò direttamente sulla sua scrivania, una mattina, nella forma di un romanzetto di circa quattrocento pagine. Il libro l’aveva scritto un certo Stephen King, un giovane autore del Maine che si stava facendo un nome nel campo della letteratura horror. Si intitolava Shining.

Siccome Stanley Kubrick era un genio, fece quello che ogni regista geniale deve fare quando si tratta di trasporre al cinema l’opera di un altro artista: prendere quell’opera e distruggerla. L’orrore fantasioso che emergeva dalle parole di King divenne, sotto l’occhio rigidissimo di Kubrick, un racconto per immagini che si proponeva di scavare nell’animo umano per esumarne l’essenza della follia e della malvagità.

Dodici anni prima, con 2001, il regista di New York aveva cambiato per sempre la fantascienza, elevando le possibilità narrative e tematiche di un intero filone, e con Shining avrebbe cambiato per sempre anche le regole di un altro genere. A livello tecnico, dopo tutti questi anni, non è ancora stato realizzato un horror migliore: la gloriosa precisione delle composizioni, rigide ed eleganti anche con la camera in movimento (fu qui che la steadycam, usata dal suo stesso creatore Garrett Brown, espresse per la prima volta il suo massimo potenziale), è il frutto dell’ossessiva ricerca di Kubrick per la perfezione (raggiunta in quelle che saranno per sempre ricordate come alcune delle immagini più evocative della storia del cinema).

La trama semplice e lineare partorita da King, nella sceneggiatura di Kubrick e Diane Johnson si rinvigorisce di simbolismo: i luoghi della vicenda (l’hotel, i corridoi, le stanze proibite, il labirinto) diventano rappresentazione della pazzia e della paranoia (o forse è meglio dire che la paranoia e la pazzia diventano luoghi materiali) e il protagonista ne rimane irrimediabilmente intrappolato.

Ma è il male che si annida nell’hotel a scatenare la pazzia del protagonista, oppure la pazzia del protagonista non è altro che un seme che in quel luogo spettrale trova terreno fertile per germogliare? “Mi dispiace doverla contraddire, ma è sempre stato lei il custode dell’hotel” dirà l’affabile Mr. Grady a Jack Torrance, in una delle scene più iconiche dell’opera: forse il male è sempre stato insito nel cuore di Jack, forse l’Overlook l’ha solo risvegliato.

Dopo tutti questi anni l’interrogativo resta, proprio come l’orrore che il film continua ad essere in grado di suscitare. Piuttosto che spaventare infatti il film di Kubrick disturba, si insinua sotto la pelle, non urla e non sbraita ma sussurra nelle orecchie e fa accapponare la pelle.

E’ un film di dubbi, di interrogativi (a cominciare dalla scena del colloquio di lavoro, quando Jack Nicholson si presenta con una strana inflessione nella voce: “Jack Torrance?”, sembra dire, come se neanche lui lo sapesse), di fredde inquietudini e glaciali conclusioni, che si ripetono da quasi quarant’anni senza mai smettere di affascinare.

“Che cosa c’è nella camera 237?” Se siete fra i pochi che ancora non conoscono la risposta a questo interrogativo, fino al 2 novembre avrete l’opportunità di scoprirlo al cinema. Tutti gli altri, invece, potranno tornare nell’Overlook hotel. Insieme a Danny, insieme a Dick, insieme a Wendy.

E insieme a Jack. E insieme a Stanley.

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