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Fate/GrandOrder: Babylonia – Tiāmat e First Hassan

Irene Scapolan 17/05/2020

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Gli ultimi due personaggi di questa serie sono quelli che appaiono più tardi nell’anime, verso il finale: la dea babilonese Tiāmat e il Grand Asssassin Hassan-I-Sabbah che invece è ispirato ad una persona realmente esistita.

Il mito di Tiāmat è un classico mito della creazione, relativamente corto e semplice: Tiāmat è, nella mitologia babilonese, la dea primordiale, madre del cosmo, degli oceani e delle acque salate, veniva rappresentata come un serpente marino o un drago (cosa ripresa anche dall’anime) ed era l’incarnazione del caos primordiale. Era la controparte babilonese della dea sumera Nammu dalla quale prende la maggior parte delle sue caratteristiche.

Sposò Apsû, dio delle acque dolci, al fine di creare tutte le altre divinità minori, tra cui Kingu, il primogenito e suo successivo sposo dopo la morte del primo marito, e Laḫmu che nella mitologia è il dio delle stelle e delle costellazioni mente nell’anime il nome viene usato per i mostri scatenati sulla Terra da Tiāmat.

Sia lei che Kingu vennero uccisi da Marduk, nipote di Tiāmat, re degli dei e dio dell’ordine civile. Secondo la leggenda dal corpo della dea si sarebbero formati la terra e il mare, mentre dal sangue di Kingu mischiato con dell’argilla sarebbero nati gli umani.

Passando invece ad Hassan-I-Sabbah, egli è stato una persona realmente esistita, vissuta tra il 1034 e il 1124 in Persia.

Nato da una famiglia sciita dopo aver quasi rischiato di morire per una malattia, si convertì all’Ismailismo (una branca della confessione sciita) a quasi 35 anni. Nel 1078 si recò al Cairo per chiedere al califfo il permesso di divulgare la fede ismailitica in Persia, che glielo concesse a patto però che sostenesse la successione al trono del figlio maggiore, Nizar. Nacque così la setta dei Nizari o degli Assassini.

Hassan passò diversi anni vagando per la Persia come missionario e raccogliendo un numero sempre maggiore di seguaci, poi nel 1090 conquistò, senza usare la forza, la fortezza di Alamūt che divenne la sua nuova base e da lì estese il dominio e l’influenza degli ismailiti in tutto il resto della Persia e in Siria.

Dopo la morte del califfo del Cairo nel 1094 e il fallimento del figlio Nizar di succedergli, Hassan si svincolò dagli ismailiti egiziani e si dichiarò indipendente, conquistando guarnigioni e uccidendo governatori in punti strategici del paese grazie ai suoi emissari. I suoi assassini non si fermavano davanti a nulla prediligevano il pugnale come arma e disprezzavano l’uso del veleno, se uno di loro falliva un altro veniva subito mandato al suo posto fino alla riuscita della missione.

La setta che aveva creato aveva nove gradi di iniziazione ed era basata su due fondamenti: l’assoluta obbedienza e la conoscenza spirituale della filosofia, e i discepoli salivano nella gerarchia grazie alla loro intelligenza. Secondo i racconti, Hassan passò 35 anni senza quasi mai lasciare la biblioteca del suo castello, comparendo in pubblico solo due volte e facendo così spargere voci sulla sua invisibilità.

Secondo gli scritti di Marco Polo i discepoli di Hassan operavano sotto effetto di droghe, da questo deriverebbe il suo nome di assassini, dalla parola araba hashinshin, “consumatori di hashish”. Anche se alcuni storici hanno dei dubbi a riguardo dal momento che Polo nacque nel 1254 e solo due anni dopo, nel 1256, la fortezza fu attaccata dai mongoli che distrussero la biblioteca di Alamūt e con essa tutti i libri sulle dottrine e i rituali della setta.

Dopo la morte di Hassan-I-Sabbah nel 1124 a 90 anni, la setta non riuscì più a mantenere a sua influenza e prestigio e finì per sciogliersi.

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