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Too Old To Die Young: la serie di Nicolas Winding Refn per Amazon Prime Video

Matteo Regoli 12/06/2019

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A sei anni da una delle più recenti provocazioni della storia del Festival di Cannes (tornare alla Croisette con un capolavoro d’ermetismo come Solo Dio Perdona, il suo film più bello, complesso, affascinante e respingente, dopo essere stato premiato per la miglior regia due anni prima con Drive, sovvertendo tutte le aspettative di chi di Drive si aspettava una sorta di sequel spirituale) il maestro della provocazione Nicolas Winding Refn si fa rivedere sulla costa francese istigando e sfidando nuovamente il suo pubblico, mettendone ancora di più alla prova la pazienza.

Della sua nuova fatica Too Old To Die Young, mini-serie in dieci episodi per Amazon Prime Video, sono infatti incredibilmente gli episodi 4 e 5 quelli ad essere stati mostrati in anteprima alla stampa mondiale, e già da questo dettaglio – come se non bastasse l’ironia paradossale del portare avanti questa causa nel Festival più dichiaratamente anti-streaming che ci sia – trasuda tutta la sfacciataggine dell’idea alla base di questo folle progetto, quella cioè di sovvertire completamente e definitivamente il modo di pensare al medium televisivo (perfino Lynch, come vi raccontammo nel 2017, era volato a Cannes con Twin Peaks: Il Ritorno montando i primi due episodi del revival come un film di due ore).

Refn, invece, che di piacere se ne frega sommariamente – nonostante la ricercatezza ossessiva-compulsiva dell’estetismo più ermetico possibile che riveste le sue opere possa spingere a pensarlo a chi le sue opere non ha la minima voglia di starsele a studiare e decifrare – proprio dall’odiatissimo (e per distacco suo miglior lavoro per chi scrive) Solo Dio Perdona riparte, ampliandolo senza se e senza ma in un racconto di dieci ore (presumibilmente, come detto abbiamo visto solo gli episodi 4-5), forte della penna asciutta e profonda di Ed Brubaker, che gli appassionati di fumetto americano conosceranno di certo come il miglior scrittore di noir da almeno quindici/vent’anni a questa parte.

Miles Teller è un poliziotto che si muove meditabondo (imitando per filo e per segno la sottrazione di Ryan Gosling, potrebbe essere il medesimo personaggio prima o dopo un trapianto di volto) in un mondo quasi sempre notturno che si aggira dalle parti del western urbano tinteggiato da pennellate di noir molto spesso al neon, un mondo che sembra il nostro ma che in realtà è solo quello di Refn, estremo in tutto ai limiti del post-apocalittico, dove tutto è male e ogni cosa è oscura e schifosa e malatissima e i (pochi, quasi silenziosi) dialoghi vengono conclusi da pesanti scatarrate per terra.

Un mondo di poliziotti-vigilanti e pornografi e puttane, di sedicenni invaghite di adulti violenti per via di un complesso di Elettra solo suggerito (finora) ma ben evidente, di deserti sconfinati e inseguimenti notturni che si protraggono fino all’alba e anche oltre sulle note di hit dimenticate che ti tengono sveglio nonostante tutto. Nonostante tutto.

La poetica nichilista dell’eterno anti-eroe che osserva silente la brutalità che lo circonda e che la accoglie immergendosi in essa con una sorta di “rassegnata enfasi” viene tutta dall’oriente – fondamentale per Refn è il lavoro di Takeshi Kitano – e lo sguardo visionario e psichedelico di jodorowskyana memoria non fa che enfatizzare il distacco tra il nostro mondo e questo mondo, un mondo dove apollineo e dionisiaco entrano in contatto attraverso una messa in scena che vuole rappresentare con matematico ordine visivo il caos più ancestrale che brucia nell’animo umano.

Totalmente sconsigliato a chi cerca del sano intrattenimento televisivo. Too Old To Die Young è un’altra cosa, più distante, più distaccata, più eterea, con sprazzi di disarmante concretezza che palesano tutte quelle terribili verità sulla natura umane che cerchiamo disperatamente di ignorare.

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