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Dal Giappone un sistema di classificazione per gli otaku

Federico Salvan 05/12/2015

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Yohei Harada, esperto di marketing, analizza la subcultura degli appassionati di anime di oggi e li divide in quattro categorie.

Con “Otaku”,che letteralmente significherebbe “casa”, si indicano in Giappone da quasi 40 anni gli appassionati, al limite della maniacalità, di anime e manga (ma anche di altro: armi, videogame, idol…). Il termine aveva e in parte ha ancora una forte connotazione negativa, essendo comunemente riferito a persone che si isolano volontariamente dalla società per inseguire passioni ritenute sconvenienti. Le cose, però, stanno cambiando.

Mentre in occidente l’immagine del nerd non è più (solo) quella di un solitario con manuale di D&D e testa china sul computer o su un fumetto, in Giappone ci si inizia ad interrogare sullo “stato” degli otaku; lo fa ad esempio un recente libro di Yohei Harada, analista ed esperto di marketing, intitolato Shin Otaku Keitai, ovvero L’Economia dei Nuovi Otaku.

Secondo Harada il classico otaku, mal vestito con zaino in spalla che evita il contatto umano, è ormai solo uno dei “tipi” in cui è possibile imbattersi nel vasto panorama dei fan di anime e fumetti. Basandosi sul grado di socialità e sull’apertura verso gli altri riguardo alle proprie passioni, Hamada suddivide gli otaku in quattro categorie, riassunte nello schema qui sotto (di Casey Baseel di Rocket News, traduzione nostra):

tabella otaku

  • Gli Otaku in via d’estinzione sono i classici otaku di cui si parlava prima; isolati dalla società, non ci tengono tuttavia a far sapere a tutti di essere un appassionato di anime e manga, probabilmente perché in fondo se ne vergognano o vogliono essere lasciati in pace. Per Harada, tuttavia, questi otaku non sono più molto numerosi o si “evolvono” in uno degli altri tipi.
  • Anche gli Otaku abbaglianti si trovano a disagio con (o non sono interessati in) persone o situazioni socialmente “normali”, ma non fanno mistero della propria mania per fumetti e animazione: sfoggiano spille, magliette e gadget dei loro personaggi preferiti in ogni situazione. Il nome giapponese itaota, “otaku dolorosi”, deriva da quello delle automobili decorate con immagini prese dagli anime, chiamate itasha, “macchine dolorose”; questo perché l’aspetto eccessivo sarebbe doloroso da guardare.
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Un otaku abbagliante

  • Gli Otaku celati invece mantengono ben separate le diverse sfere della propria vita: hanno un lavoro normale, amici con cui escono e parlano di argomenti comuni, una vita sociale; e poi la i passatempi otaku, come un’identità segreta. Occhi aperti, il vostro collega all’apparenza così banale magari conosce a memoria tutte le canzoni di Love Live! o le battute de I Cavalieri dello Zodiaco.
  • Infine ci sono gli Otaku ben inseriti (riaju otaku “real type”), il tipo più recente secondo Hamada. Sono, appunto, ben inseriti nella società, hanno amici sia otaku che non, parlano senza imbarazzo di anime e manga specialmente online e sui social network.

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Probabilmente questi cambiamenti sono in parte conseguenza del mutato atteggiamento delle autorità nipponiche nei confronti dei loro più famosi prodotti d’intrattenimento, oggi essenziali per la fama del “brand” Giappone all’estero. Anche di questo, in effetti, si occupa il libro di Harada. Chissà se ne avremo mai una traduzione italiana.

Fonte: Rocket News

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