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Annabelle 2 e l’universo cinematografico di James Wan

Matteo Regoli 15/08/2017

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L’universo cinematografico di The Conjuring si espande andando ancora più a ritroso nel tempo con Annabelle 2: Creation.

Altro che Tom Cruise e il suo Dark Universe. E’ James Wan il solo e unico dominatore del blockbuster horror.

Il celebre regista/produttore ha messo su un’operazione commerciale invidiabile, quadrata e all’apparenza inarrestabile, che può già vantare oltre un miliardo di dollari d’incasso a fronte di quattro film realizzati e altre tre pellicole in cantiere (l’atteso The Conjuring 3 e due spin-off, The Nun e The Crooked Man).

Annabelle 2: Creation si piazza di diritto e senza sfigurare al fianco dei tre capitoli precedenti, rimpolpando la mitologia dell’ormai celeberrima bambola apparsa per la prima volta in The Conjuring di James Wan e chiarendone il complesso passato. Alla regia David F. Sandberg, che si avvicina ai toni e alle tecniche vecchio stile stabilite dalla produzione (cita anche James Wan nella sequenza dei titoli di testa, che ricorda molto quella di Dead Silence) senza però rinunciare allo stile personale che aveva messo in mostra nel suo film d’esordio, Lights Out.

Il risultato è un horror coinvolgente, fatto di attese e di silenzi, di stridori e scricchiolii (un plauso al sound design), di vetrate rosse alla Suspiria e ombre che vengono fuori da porte socchiuse.

Aiutato dall’esperta Jennifer Spence (già scenografa di Lights Out e Insidious) Sandberg per prima cosa stabilisce i labirintici spazi della casa famiglia nella quale il film è ambientato (come faceva Wan con la casa stregata di The Conjuring), casa famiglia nella quale ogni porta sembra nuova e ogni corridoio pare condurre ad una stanza sconosciuta, inesplorata.

L’esplorazione è uno dei componenti fondamentali del genere horror (fa salire la tensione, stabilisce un legame fra il personaggio e il pubblico che assiste inerme) e Sandberg sa quali carte giocare, affilando l’attesa con movimenti di camera tanto pacati da diventare angosciosi. Si permette addirittura di ribaltare le regole del genere, riducendo al minimo i primi piani (che Wan usa tantissimo, perché intrappolano il protagonista celando l’orrore a noi che osserviamo) e optando spesso per totali luminosissimi di questi immensi paesaggi diurni che sembrano usciti da un western (anche nei western, d’altronde, l’esplorazione è punto fermo). In questo senso, mi è piaciuta moltissimo la terrificante idea dell’imprevedibilità del male, che può attaccarti di notte (sotto forma di demone) ma anche e soprattutto di giorno (magari nelle sembianze di un furgone, o di un lutto).

Annabelle 2 è un film di atmosfera, di sentimenti (ci affezioniamo alle due sorelline dal primo momento in cui facciamo la loro conoscenza), di coperte tirate fino al mento per proteggersi dai demoni, di impedimenti fisici (magistrale la scena della lenta discesa delle scale), di pozzi e di inquietanti fotografie.

La pellicola non è esente da difetti (CGI non esattamente all’ultimo grido ma soprattutto una sceneggiatura un po’ debole e troppo dispersiva nell’ultimo atto, nel quale succedono tante cose e tutte insieme) ma nel complesso fa ben più che rimanere eretta sulle proprie gambe. E’ la conferma del talento orrorifico di Sandberg, l’ennesimo trionfo del maestro James Wan e la controprova (se mai ce ne fosse stato il bisogno) che l’originalità della New Line Cinema non ha nulla da temere dalle operazioni di reboot della Universal.

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