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La Scimmia di Hartlepool: La recensione

Dario Cavallone 15/05/2015

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Si può raccontare l’intolleranza e il razzismo partendo da una storia surreale? Lupano e Moreau pensano di si, in questa favola amara!

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Ci sono due modi, a mio parere, di parlare dell’odio verso il diverso. Il primo è in maniera didascalica e noiosa, cercando di elencare propositi buonisti con una lunga digressione sull’argomento, e generalmente ha poco effetto.

Le storie efficaci, e contestualmente anche belle, che parlano di questo tema prendono, per modo dire, alla larga l’argomento, creando storie in cui siamo portati a disprezzare il comportamento dei personaggi, anche se immaginari, e quindi inconsciamente a riflettere su quali situazioni, nella vita reale, si possono paragonare a quello che abbiamo letto.

Il secondo approccio è quello scelto da Wilfrid Lupano e Jerèmie Moreau, rispettivamente ai testi e alle matite. Quello di raccontare una favola surreale e, nel contempo, molto reale nei suoi contenuti, nei comportamenti attuali di alcuni, anzi quasi tutti, i personaggi.

Siamo nel 1814, su un vascello francese. Nell’equipaggio troviamo, oltre ai militari, una scimmia dalle fattezze molto umane. Il clima che regna non è dei più sereni, un ragazzino viene processato per avere, innocentemente, intonato una canzone inglese. Siamo in pieno conflitto tra Francia e Inghilterra, i due popoli si odiano senza riserve.

La vicenda viene messa in moto da una tempesta, che fa naufragare la nave, e come unico superstite a riva giunge la scimmia sopra citata. Il luogo per il naufragio non è dei più fortunati: Hartlepool, cittadina inglese in cui l’odio verso i francesi è una delle caratteristiche principali.

La scimmia verrà identificata come francese, sia per i suoi vestiti che per i suoi comportamenti: si comporta da animale, e siccome i francesi sono anche loro animali, il collegamento è presto fatto. Ci sono vari personaggi pittoreschi in questa comunità, ognuno con la sua personale motivazione di odio verso il popolo avversario. Comune a tutti sembra essere l’ignoranza, la rabbia e la chiusura mentale verso l’innocente animale.

Verrà instaurato un processo, che ovviamente risulterà particolarmente farsesco data la natura dell’accusato, non in grado neanche di parlare. La storia procede in un modo che, penso, comunicherà parecchia tristezza al lettore, per l’insensatezza eccessiva di ciò che sta accadendo.

E’ presto fatta l’inversione dei ruoli: l’uomo diventa animale, perde tutto quello che lo ha elevato sopra le bestie, si abbassa ad un livello in cui ogni traccia di intelligenza scompare, non riuscendo neanche a distinguere una scimmia da una persona in carne ed ossa.
Starà al lettore riflettere quanta responsabilità singola spetti ad ognuno degli abitanti di Hartlepool, e quanta responsabilità spetti alla storia, che aveva costretto le due popolazioni ad odiarsi.

Quello che conta è che la storia, in poco più di cento pagine, riesce nel suo intento: a mostrarci lo squallore che deriva da una certa mentalità,e da certi comportamenti, e sicuramente una vittima così carina e innocente come la scimmia riesce ad intenerire, e colpire il lettore ulteriormente.

Il lavoro di sceneggiatura è quindi ottimo, è difficile aspettarsi una storia del genere anche viste le premesse delle prime tavole, che non fanno presagire al lettore cosa lo aspetta.
I disegni di Moreau, nel contempo, sono ben fatti: l’autore francese non punta ad un realismo eccessivo, quanto piuttosto a dei toni morbidi e a dei colori scuri che danno alla storia un senso di oppressione, ma anche di sospensione della realtà, di confini sfumati.

Buona anche l’edizione, che approfondisce la storia con uno scritto alla fine del volume. in cui vengono spiegati le basi da cui l’autore si è ispirato, e viene trattato il tema del razzismo, anche in relazione alla teoria evoluzionistica, per come era inteso ai tempi in cui il fumetto stesso è ambientato.

Insomma un volume che, pur non essendo una lettura rilassante, anzi lasciando piuttosto amareggiati sopratutto nel finale, è da consigliare sopratutto a chi vede, nel fumetto, un mezzo per trattare temi importanti, e non solo intrattenere.

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