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Il Piccolo Vagabondo: onirici viaggi silenziosi | Recensione

Vanessa Maran 03/04/2018

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L’editore Bao Publishing continua a proporre fumetti contemporanei provenienti dall’Estremo Oriente: l’ultima novità è Il Piccolo Vagabondo, un insieme di storie mute raccontate dalla giovanissima Crystal Kung e ambientate in diverse città del mondo. Il filo conduttore è un bambino misterioso, sempre sorridente… Il suo scopo? Aiutare chi si sente smarrito a ritrovare la propria strada.

Tra l’ondata di giovani talenti provenienti dall’Estremo Oriente spicca sicuramente Crystal Kung. Classe 1994, Kung è un’artista cinese che oggi lavora come animatrice specializzata in character design, ma si occupa anche di fumetto e illustrazione. Per lei Facebook è stato di sicuro un’ottima vetrina per presentarsi al mondo e, durante il Festival di Angouleme, ha saputo affascinare anche il pubblico europeo.

Kung è originaria della Cina, ma nel corso della sua vita si è spostata molto spesso e oggi vive a Taiwan, dopo essere stata anche a New York: uno spirito girovago che prende forma nel sorridente protagonista del suo primo fumetto, Il Piccolo Vagabondo.

Importato in Italia da Bao Publishing, Il Piccolo Vagabondo è una raccolta di brevi storie mute ambientate in diverse città del mondo: da Shangai a Taipei, e poi anche fino a New York (tutte realtà che la stessa autrice ha avuto modo di conoscere).

Ogni racconto è preceduto da un ritratto e da un’introduzione, unica traccia di testo per tutta la durata del fumetto. Testo che, insieme alla traduzione italiana, mantiene i caratteri cinesi dell’edizione originale. L’introduzione ad ogni singola storia breve è necessaria per permettere al lettore di intuire fin da subito la tematica legata a quel personaggio specifico, anche perchè durante la narrazione ogni parola sparisce.

Di racconto in racconto, il piccolo vagabondo si svela ai diversi personaggi, come una sorta di spirito-guida, e li aiuta a ritrovare la strada perduta. Infatti tutti loro hanno una caratteristica in comune: quella di essersi smarriti, sia in senso letterale (come il ragazzo che si è perso tra le montagne) che metaforico (come la giovane artista che disegna ritratti ai passanti). Il piccolo vagabondo è come un sogno ad occhi aperti: appare giusto il tempo necessario per riportare i singoli personaggi nel sentiero giusto, per poi scomparire nel nulla e ricomparire in un’altra città.

In due-tre pagine l’autrice riesce a trasmettere al lettore il carattere dei suoi personaggi passeggeri e, soprattutto, il problema che li affligge: la Kung non ha bisogno di molte vignette per dare un’idea della loro personalità (non a caso è una character designer), nè tantomeno dell’ambiente in cui vivono. In questo modo riesce a dedicare il resto delle pagine del racconto alla magia e allo stupore legati alla comparsa (e scomparsa) del piccolo vagabondo.

Ma gli aspetti più rilevanti di Il Piccolo Vagabondo sono soprattutto il colore e la luce. La palette scelta dall’autrice è formata da tonalità delicate che rendono particolarmente luminose le diverse scene. Questa caratteristica fa del passaggio del piccolo vagabondo un evento ancora più onirico e surreal, essendo egli stesso portatore di luce e di colori caldi.

Il volume si presenta quasi come uno storyboard particolarmente dettagliato per un lungometraggio, o una serie di fotogrammi estrapolati da un film animato lirico e poetico. Infatti spesso Il Piccolo Vagabondo non ha il ritmo narrativo di un fumetto: la stessa autrice lo definisce un “lavoro di animazione“. Ciononostante, il lettore non potrà fare a meno di rimanere incantato dall’aspetto visivo di questi racconti.

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