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Dylan Dog Ritratto di famiglia – Recensione numero 300

Carmine De Cicco 22/10/2011

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L’attesissimo albo numero 300 di Dylan Dog è finalmente uscito. Tra l’intento celebrativo dei testi di Ruju e i colori dello Studio Rudoni che esaltano i disegni di Stano, “Ritratto di famiglia” è promosso, ma non senza riserve.

Dylan Dog n. 300
Ritratto di famiglia

Autori: Angelo Stano (testi) e Pasquale Ruju (disegni).
Casa Editrice: Sergio Bonelli Editore.
Provenienza: Italia.
Prezzo: 2,70 Euro.

“Ritratto di famiglia” è un’opera post-moderna. Comincia con una citazione del primo albo delle avventure dell’Indagatore dell’Incubo, e termina con un riferimento ad un atro episodio storico, il centesimo, quello che a buon diritto può essere considerato l’ultimo capitolo della vita del Dylan Dog che conosciamo noi. Tra i due estremi, citazioni di altri albi famosi, comparse di personaggi storici, rivisitazione di luoghi, passeggiate nel tempo: dal passato remoto al futuro, senza scordare il presente.

E non è tutto. Le pagine sono arricchite da diversi passaggi meta-fumettistici, in cui il disegnatore spezza la magia, si ritrae lui stesso, con i suoi disegni, le sue riflessioni, i suoi ripensamenti. Interrompe la catena degli eventi per entrare negli eventi: fumetto nel fumetto, per intenderci. A quanto sembra, dunque, di elementi in grado di dar vita ad una bella storia ce ne sono. Il risultato, tuttavia, afferma piuttosto il contrario.

Intendiamoci: sfogliare le pagine di “Ritratto di famiglia” e ammirare gli splendidi disegni di Angelo Stano, impreziositi dal colore che celebra la trecentesima uscita dell’albo regolare di Dylan Dog e quasi contemporaneamente il suo venticinquesimo compleanno, è un’esperienza che da sola ripaga l’attesa creatasi intorno al volumetto. E non mancano nella sceneggiatura passaggi lodevoli, come il surreale dialogo tra la Vita e la Morte su una collina di Undead, nei pressi del vecchio laboratorio di Xabaras, che in quest’occasione apprendiamo essere stato rimesso a nuovo da Sybil Browning, la prima cliente del detective nota al grande pubblico. Ritrovare i personaggi ospitati in queste tavole, poi, è un po’ come rivedere simpatici conoscenti e godersi il piacere di trascorrere qualche minuto in loro compagnia.

Eppure, lo accennavamo poco sopra, c’è qualcosa che non va. Ed è la storia nel suo complesso, che si muove piattamente tra albi che hanno fatto grande il personaggio ideato da Tiziano Sclavi. “L’alba dei morti viventi”, “Morgana”, “La storia di Dylan Dog”, “Storia di Nessuno” sono i quattro soli intorno ai quali gravita l’albo numero trecento senza tuttavia aggiungere nulla di veramente originale all’universo dell’inquilino di Craven Road. Un’orbita statica, dunque, quella percorsa dal “Ritratto” sceneggiato da Pasquale Ruju, che finisce invischiata nella forza di gravità delle altre opere che cita e ripercorre per omaggiare la carriera di Dylan e del suo creatore. È mancato, in definitiva, la forza, lo slancio, il coraggio, di guardare al futuro, piuttosto che al passato, di puntare sull’ignoto, anziché sul noto. Una scelta che nemmeno il complesso modulo narrativo, fitto di salti temporali, colpi di scena, bivi narrativi, accenni e passi indietro, che, francamente, finiscono per mettere in pericolo il senso globale del lavoro, riesce a farci perdonare.

Voto: 6,5

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