Recensioni Serie TV

Preacher 2×13: “The End of the Road” – Finale di Stagione | Recensione

Matteo Regoli 13/09/2017

article-post
Aggiungi MangaForever tra le tue fonti preferite su Google
“Siamo sulla strada della redenzione …”

Esattamente come l’estate sta lentamente evolvendosi in autunno secondo il ciclo naturale delle cose, anche la stagione televisiva si prepara a cambiare con serie che dicono arrivederci ed altre che arrivano a sostituirle (per le tante novità in arrivo, date un’occhiata all’ottimo articolo del collega ed amico Federico Vascotto).

Dopo Il Trono di Spade e Twin Peaks, fra le serie che ci salutano si schiera anche Preacher, che chiude col botto la sua seconda stagione, senza però trasmettere una vera e propria sensazione di chiusura: nessun arco narrativo verrà portato a compimento entro i 55 minuti della puntata, anzi ne verranno aperti di nuovi e inaspettati.

Se nella gran parte degli episodi di Preacher 2 abbiamo potuto interrogarci sulla natura di Dio mentre Jesse e i suoi compagni (ma più Jesse che i suoi compagni) battevano i locali e i vicoli di New Orleans per trovarlo, il finale di stagione non risponderà alle nostre domande e non porterà Jesse al cospetto di Dio (ma, beffardamente, nell’ultima scena sarà proprio lo spettatore, e non il protagonista, a trovare l’Onnipotente, che a quanto pare è rintanato in una spartana ma tutto sommato accogliente camera d’albergo): il titolo, The End of the Road, non si riferisce tanto alla fine del viaggio dei protagonisti – che non raggiungono alcuna meta – quanto alla fine di qualcos’altro, qualcosa che forse è ancora più prezioso e importante.

Arrivati a questo punto, Jesse Custer si è trovato per forza di cose con i piedi in tre staffe: trovare Dio, salvare la relazione con Tulip e assumere il nuovo ruolo di Messia che vuole affibbiargli Herr Starr; The End of the Road prova a gestire le tre situazioni incastrandole l’un l’altra, ma sappiamo come in questa serie i protagonisti difficilmente riescono ad ottenere ciò che vogliono.

Pensate al Santo. Pensate a Cassidy. Pensate a suo figlio Denis (del quale finalmente non dovremo più sentir parlare).

In controtendenza invece risulta l’arco narrativo di Eugene (e soprattutto quello del suo apparentemente nuovo BFF Adolf Hitler): non solo perché è l’unico che giunge ad un vero e proprio compimento (nonostante sia assolutamente inutile ai fini della trama principale: se all’ultimo secondo in fase di post-produzione fosse stato tagliato e sostituito dai monologhi da strafatto di Cassidy nessuno se ne sarebbe accorto, né qualcuno si sarebbe lamentato) ma perché è anche l’unico che abbia una sorta di lieto fine. La scena al cospetto della Morte, poi, è una delle migliori della stagione per intensità, nonsense, scenografia ed atmosfera, e se per vederla abbiamo dovuto sorbirci i loop della morte di Tracy e tutti quegli inutili prigionieri dell’Inferno, beh, col senno di poi potrebbe anche esserne valsa la pena.

L’unica speranza è che nella prossima stagione Eugene e Adolf abbiano un ruolo meno marginale.

Potrebbe interessarti anche