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Brancaccio: storie di mafia quotidiana [Recensione]

Vanessa Maran 17/01/2017

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Anni dopo la prima pubblicazione nel 2007, tornano le “storie di mafia quotidiana” ambientate nel quartiere palermitano di Brancaccio, teatro nel 1993 dell’omicidio di Don Puglisi.

Scritto da Giovanni di Gregorio e disegnato da Claudio Stassi, “Brancaccio: storie di mafia quotidiana” è noto per aver vinto il Premio Attilio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura, nonché per le reazioni positive da parte dei lettori e della critica.

Recentemente il volume è stato ristampato da Bao Publishing in una nuova edizione, con tanto di racconto inedito, sempre con la medesima intenzione di sensibilizzare un pubblico giovane alla tematica della mafia.

La volontà dei due autori non è quella di riproporre un fatto di cronaca, ma di raccontare con semplicità, tatto e sensibilità tre racconti (quattro, con quello inedito) di “mafia quotidiana”, per appunto: tre storie che però formano un’unica narrazione, che ha come protagonista una famiglia qualunque di Brancaccio.

Il fumetto vuole quindi narrare, un tassello per volta, un’unica tragedia che tocca, attraverso le vite di Nino (un ragazzino che sogna di fuggire da Brancaccio) e dei suoi genitori Pietro e Angelina, i temi della malasanità e della corruzione, delle quali Cosa nostra è responsabile.

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Nino, il protagonista della prima storia.

Ad emergere è soprattutto l’affetto/odio nei confronti del quartiere industriale di Brancaccio, nonché un senso di appartenenza e, allo stesso tempo, il desiderio di fuggire e di allontanarsi il più possibile dal quartiere e dalla città.

Nonostante questo, però, “Brancaccio” è solamente uno spunto, uno “sguardo fugace” rispetto alla tematica affrontata, anche se costituisce comunque un possibile punto di partenza per approfondirla.

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