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Blackbox 1 & 2 – Hyppostyle Publishing | Recensione

Domenico Bottalico 11/07/2017

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Fra contaminazioni steampunk una riflessione sulla natura umana.

Blackbox è una miniserie distopica con tonalità steampunk, ambientata ad Ecrònia, una sconfinata città dove vige l’ordine e ognuno degli abitanti ambisce a far progredire la società. In questa megalopoli che funziona come un perfetto ingranaggio, ripetere il passato è l’unico modo per affrontare il futuro. Riti, vincoli e anniversari spingono la gente a rispettare una memoria quasi sempre crudele e cinica. Perché ad Ecrònia nessuno gioca più, ma tutti conoscono le regole.

Dopo alcune pubblicazioni di chiaro stampo umoristico, Hyppostyle Publishing prova ad ampliare la sua proposta con questo Blackbox.

Anziché cavalcare i trend commerciali più in voga la casa editrice punta su una storia dall’ambientazione steampunk che si ispira contenutisticamente e graficamente alle grandi saghe francesi.

Il perno di Blackbox è una riflessione sulla natura umana filtrata attraverso l’idea di una società distopica: vecchie e nuove generazioni si “sfidano” per stabilire la supremazia e l’ideale passaggio di consegne anche se di fatto Ecrònia rimane quasi sospesa nel tempo provando fisicamente e psicologicamente i suoi abitanti.

I testi di Giuseppe Grossi sono evocativi con particolare attenzione alle didascalie che, come una voce fuori campo, si fanno carico delle riflessioni dell’autore. I dialoghi sono stringati, spesso taglienti e danno voce a personaggi induriti ed ingrigiti da una società soffocante.

Le scelte stilistiche dello sceneggiatore sono subito palesi: ridurre al minimo l’azione e lasciare al confronto fra i personaggi il compito di far dispiegare il plot. La scelta è inizialmente spiazzante sia perché non si ha un vero e proprio protagonista e/o un punto di riferimento durante la lettura e sia perché, soprattutto nel primo volume, i salti temporali non rendono semplice la lettura.

Nel secondo volume l’autore già riesce a far quadrare meglio il cerchio, anche grazie a matite più puntuali, tuttavia spesso il meta-testo eccede la forma mettendolo un pochino in affanno, nulla di grave tuttavia se non semplice “foga” di esorcizzare i temi portanti della serie.

La parte grafica è affidata a Mario Monno, che disegna il primo numero, e Lorenzo Scipioni che si occupa del secondo. Monno cerca un tratto più realista ed una costruzione della tavola meno scontata ma soffre quando deve dedicarsi ad anatomie ed espressioni facciali – parte fondamentale per il tipo di narrazione su cui si basa Blackbox – Scipioni di contro riesce meglio in questo intento avendo un tratto più stilizzato e costruendo la tavola proprio per veicolare l’attenzione del lettore sulle espressioni dei personaggi giocando molto bene con i “vuoti” dei dialoghi di Grossi. Ottimo il lavoro ai colori di Gaetano Longo che riempie le tonalità brulle ed industriali dei marroni e dei verdi con neri spessi e fuliginosi.

Molto curato il versante carto-tecnico con una copertina dalla carta ruvida che nasconde invece quella patinata dalla ottima degli interni; senza sbavature la parte redazionale ed il lettering l’unica pecca è forse nel formato ridotto che non si sposa alla perfezione con l’ispirazione francese dell’opera.

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