“Sopravvivrò al liceo?” questa è la domanda che si pone Clay Jensen nella quarta e ultima stagione di Tredici, ma che in realtà si pongono tutti i protagonisti e si pone per traslato la serie, che ha avuto il merito di rinverdire il genere teen drama nel panorama generale e sul colosso dello streaming.

La seguente recensione contiene spoiler per chi non ha visto interamente l’ultima stagione.

Tredici, di cui è arrivato il 5 giugno su Netflix il capitolo conclusivo, è sempre stata una serie sulla sopravvivenza dall’adolescenza, in particolare fra le mura scolastiche, che dovrebbero proteggerci e prepararci alla vita adulta ma spesso, soprattutto oggigiorno, si rivelano un inferno da superare con le unghie e con i denti, e una “parentesi” da cui qualcuno purtroppo non esce indenne.

Tredici aveva rinverdito il genere di cui fa parte parlando di temi scottanti e delicati – come il suicidio giovanile, il bullismo tra i banchi di scuola, fino allo stupro e alla diffusione delle armi fra i ragazzi – con una sensibilità e un approfondimento che non si erano visti altrove. Un prodotto indirizzato tanto ai figli quanto ai genitori – con tanto di disclaimer iniziale che consiglia la presenza di un adulto per i minorenni e per chi sta affrontando i temi raccontati. Un serial che ha cercato di sviscerare per davvero i pensieri contrastanti, confusionari e vasti che si annidano nella mente degli adolescenti di oggi, e con i quali devono fare i conti ogni giorno guardandosi allo specchio. Lo ha fatto unendolo all’elemento mystery di una morte da svelare, fino alla fine.

Se la terza stagione aveva riutilizzato lo schema del ciclo inaugurale affrontando la morte di Bryce Walker e a ritroso i suoi sospettati, quest’ultima ondata di episodi si trova a metà strada fra secondo e terzo anno, poiché da un lato c’è un mistero che fa da fil rouge alle puntate – la morte annunciata nell’incipit di uno dei protagonisti e poi il cammino a ritroso sei mesi prima – mentre dall’altro si affronta il “dopo” la risoluzione del mistero della morte di Bryce, così come era stato analizzato nella seconda stagione il “dopo” la morte di Hannah e l’ascolto di tutte le cassette, attraverso il processo.

Quest’ultima stagione, ambientata durante l’ultimo anno di liceo che porterà al diploma dei protagonisti, è quindi incentrata sulle conseguenze, come la seconda. Questa volta il gruppo di amici si trova a dover fare squadra ancora una volta per proteggersi e per proteggere i colpevoli della morte di Bryce, Alex e Jessica. Come affrontare il “dopo”, ora che Winston – che aveva passato la fatidica notte dell’omicidio insieme con Monty, di fatto scagionandolo in segreto – e Diego, un membro della squadra di football, vorrebbero scagionare la memoria di Monty e scoprire il vero colpevole?

Le 13 Reasons Why che nella prima stagione avevano portato Hannah a uccidersi potevano essere riutilizzate in altro modo, invece quest’ultimo capitolo sceglie di omaggiare i precedenti e la serie in generale proseguendo sulla strada del teen mystery drama dagli elementi quasi soprannaturali della terza stagione. Un tema centrale per la stagione però c’è, complice il riaffioro delle armi di Tyler nel finale della terza. Gli studenti, capitanati dalla loro presidentessa Jessica, si troveranno infatti ad affrontare un nuovo tipo di sicurezza a scuola: telecamere di sorveglianza, metal detector, app sui cellulari che controllano i messaggi e gli spostamenti degli studenti. Ma siamo sicuri che sia questa la soluzione per farli sentire più sicuri e non abbia l’effetto contrario?

Un episodio in particolare, il sesto, colpisce particolarmente poiché tutto incentrato su un allarme rosso a scuola che ricorda quel famoso episodio della terza stagione di One Tree Hill (il 16esimo per la precisione) in cui il liceo si trovava in una situazione simile. Solo che stavolta il tema è davvero sviscerato attraverso tutti i protagonisti e attraverso il loro punto di vista, bloccati nelle varie aule, non sapendo cosa stia davvero succedendo lì fuori.

Accanto al tema della armi, purtroppo sempre attualissimo negli Usa, troviamo quello della depressione di Clay, che raggiunge livelli psicologici non indifferenti, e il tema dell’AIDS, portato nel finale dal personaggio di Justin in seguito al periodo della sua vita passato da tossicodipendente che viveva per strada. Quella dell’AIDS non è l’unica tematica un po’ troppo accennata rispetto alle precedenti, così come la scoperta ancora una volta della propria sessualità da parte di alcuni personaggi e la risoluzione di ciò che i protagonisti cercano di proteggere per 10 episodi.

Il voiceover di questa stagione appartiene nuovamente a Clay, poiché il personaggio di Ani, inserito a forza nel terzo ciclo per avere una prospettiva esterna che fungesse da narratore onnisciente, deve per forza di cose finire il suo percorso e la sua storyline ma è evidente come le venga dato meno spazio da Brian Yorkey e dagli autori in questa stagione, in favore dei protagonisti originari, alcuni addirittura richiamati giusto in tempo per il series finale.

Chi spicca tra le “new entry” in questa stagione è invece il personaggio di Charles Hayden Brixton St. George, per gli amici Charlie, interpretato da Tyler Barnhardt. Visto già nel terzo ciclo, acquisisce maggiore importanza non solo per il suo ruolo nell’aver denunciato Monty per l’aggressione a Tyler ma anche per aver contribuito a coprire la colpevolezza di Alex e Jessica. In quest’ultima stagione, poi, scopriamo di più sul suo passato – la morte della madre per cancro quando aveva 13 anni – una tragedia che però, al contrario degli altri, non lo ha reso oscuro, paranoico e sull’orlo di un esaurimento nervoso ma piuttosto positivo verso il futuro e verso coloro a cui vuole bene, pronto a sostenerli davvero e ad esserci per loro; più di qualcuno dei protagonisti pecca in questo senso in questa stagione, primo fra tutti Clay che se nelle scorse stagioni aveva come scusante la morte di Hannah, ora questo suo voler fare l’eroe a tutti i costi è un aspetto solamente fastidioso. Charlie è ciò che serviva al gruppo e in particolare ad Alex e, infatti, il messaggio finale di Clay e Jessica alla consegna del diploma si rivela speranzoso, nonostante tutto, verso il futuro.

La quarta ed ultima stagione di Tredici è emotivamente devastante, perché la serie non smette di far stare male durante la visione per portare a riflettere seriamente sui temi di cui parla, ma è anche un brodo che viene un po’ allungato: gli episodi sono 10 – di fatto 11 data la durata di un’ora e quaranta minuti del finale – e non più di 13, perché come già nella terza stagione si rischiava di allentare troppo le storyline. Rimane però un brodo ricco, il cui sapore poteva essere meglio equilibrato fra i suoi ingredienti per renderlo più digeribile ai suoi spettatori.

Recuperate il romanzo da cui è tratta la serie tv Tredici!

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