Go Nagai Robot

Non è mai semplice quando una serie tv esaurisce il materiale del punto di partenza e deve reinventarsi, pur rimanendo fedele a se stessa. E’ ciò che è toccato a Tredici – 13 Reasons Why con la terza stagione, disponibile su Netflix. Finita la diatriba e il processo sul suicidio di Hannah Baker, agli autori serviva raccontare un “seguito” che non fosse necessariamente tale. E, in parte, ci sono riusciti.

Go Nagai Robot

Gli eventi della terza stagione iniziano otto mesi dopo il finale della seconda, che aveva lasciato i nostri protagonisti con una bella gatta da pelare: il tentato massacro a scuola (altra storia tremendamente attuale negli Usa) da parte di Tyler dopo l’ennesimo abuso e rifiuto ricevuto. Clay decide che Tyler merita di essere salvato, dato che non ha potuto salvare Hannah, e così convince il “gruppo” ad aiutarlo a far sparire le armi, dare la colpa a Bryce per l’allarme “bomba” al Ballo, e aiutare Tyler a stare bene.

Otto mesi dopo, tutto sembra tornato alla normalità – per quanto possa essere normale il liceo – ma ovviamente non è così. Dopo il processo conclusosi a favore di Bryce (un epilogo tristemente realistico) ma che aveva fatto emergere tutte le sue malefatte e lo aveva fatto trasferire in un’altra scuola e lasciare da Chloe, Brian Yorkey ha deciso di inserire un nuovo “mistero” di fondo, la morte proprio di Bryce Walker (campeggiata fin dai trailer e poster promozionali dei nuovi episodi). Con i ragazzi pronti a indagare su se stessi per scoprire il colpevole e “sopravvivere” (parola chiave al liceo americano e soprattutto in questa serie).

Quindi, dopo 13 ragioni per cui Hannah Baker si è uccisa e le 13 versioni della storia raccontate dagli altri, qui abbiamo 13 elementi di prova per altrettanti sospettati sulla morte di Bryce. Invece di vedere a posteriori i vari interrogatori, proprio come le cassette di Hannah, assistiamo ad un unico interrogatorio a posteriori, quello della new entry Ani (Grace Saif), che racconta tutti i sospetti precedenti per arrivare poi all’epilogo. Perché far collegare tutto a una faccia nuova, e non ai vecchi (e conosciuti, amati) protagonisti?

Una new entry per giunta un po’ ficcanaso (degna di Jessica Fletcher) che si ritrova, otto mesi prima, catapultata in una nuova scuola proprio subito dopo il “falso allarme” del Ballo, con l’occasione conosce tutti, anche perché abita a casa di Bryce essendo la figlia dell’infermiera assunta per badare al vecchio nonno dello stupratore, gravemente malato; Ani lega quasi subito col gruppo (ma non gli spettatori) e, cosa più importante di tutte, con Clay e Jessica. E tutto si trova collegato a quanto accaduto alla partita dell’Homecoming (proprio come tutto accadeva alla festa di Jessica nel ciclo inaugurale). Un espediente non del tutto realistico – e a quanto pare nemmeno tanto gradito ai fan – ma che trova spiegazione proprio nell’epilogo.

L’interlocutore di Ani si rivela il vice sceriffo, il padre di Alex, proprio perché è Alex alla fine il colpevole (con la complicità di Jessica, che ha assistito e non lo ha fermato) e perché Ani ha un piano: far credere al vice sceriffo (che aveva dei sospetti sul figlio) che sia stato Monty, arrestato per l’abuso fatto a Tyler e morto in carcere. Incolpando una persona con un sufficiente movente – l’aver scoperto dell’abuso e l’averlo tradito per fare ammenda dei propri errori da parte di Bryce – e già deceduta, Alex potrebbe non vedere finita la propria vita, come già era quasi accaduto quando aveva tentato il suicidio. Il gruppo acconsente perché crede che potranno finalmente provare a vivere senza la minaccia incombente di Bryce.

Un ragionamento che può sembrare “comodo” ma che si vede sia stato ragionato costruito narrativamente, non pienamente in tutti i passaggi ma comunque in modo accettabile. La stagione chiude così tutte le storyline per un nuovo capitolo delle vite dei protagonisti, apparentemente più positivo, ma con lo spettro dell’ingiusta accusa a Monty e delle armi del “falso allarme” di Tyler, ripescate lungo il fiume da dei pescatori nell’ultima scena.

Ora, con una quarta ed ultima stagione in canna, troveremo i protagonisti all’ultimo anno di liceo, quello del diploma (passaggio importante per una serie che parla di crescita, suicidio giovanile, bullismo scolastico, e così via) e probabilmente a dover fare i conti con ciò che hanno tenuto nascosto anche ai propri genitori, un po’ come le Casalinghe Disperate nella loro ultima stagione. I genitori, ancora in pole position in questa stagione, soprattutto quelli di Clay ora che hanno adottato Justin, dovranno ancora una volta fare i conti con i segreti del figlio, denunciando quanto poco spesso gli adolescenti raccontino ai propri genitori ciò che gli accade, e quanto sia drammaticamente facile in America trovare un’arma anche per dei ragazzi minorenni.

La terza è anche la stagione della redenzione per Bryce, almeno un tentativo della stessa, che prova ad analizzare e spiegare le ragioni e le origini della sua “malattia” e che vorrebbe migliorarsi, ma non ne avrà l’occasione. Un interessante percorso fino all’ultimo, quando in punto di morte si dimostra iroso e vendicativo tanto quanto era stato in vita. Il rapporto fra Justin e Jessica e la sua evoluzione è uno dei più onesti visti in tv fra adolescenti complessati e che ne hanno passate tante. Vengono affrontati anche nuovi temi in questa stagione, come l’autoerotismo femminile (dopo aver subito uno stupro, per Jessica), l’accettazione del proprio corpo maschile (un problema non solo femminile, e che vediamo attraverso gli occhi di Alex), e l’omosessualità fra gli atleti (nel personaggio di Monty). I difetti della stagione sono alla fine quelli in generale delle serie Netflix, eccessiva durata, eccessivo numero di episodi, che però è legato al titolo stesso del racconto in questo caso.

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