L’animazione è al suo meglio quando fa principalmente ciò per cui è nata: sperimentare, giocare con le forme, i colori, i punti, le linee. Ciò che fa Dov’è il mio corpo? (disponibile su Netflix e candidato agli Oscar 2020) è proprio questo: giocare con linee e colori dei disegni e con una regia che segue letteralmente la mano al centro della storia.

Una mano, direte voi? Proprio così, una mano mozzata, ibernata nel reparto di un ospedale parigino, che decide di fuggire per trovare il corpo a cui appartiene. In un nostalgico e riuscito mix narrativo di flashback e sequenze ambientate nel presente la mano si ricongiungerà al suo proprietario: sarà vivo o morto? Arrivando all’epilogo che attende mano e proprietario lo spettatore potrà scoprire qualcosa di più sul suo passato e la sequela di eventi che hanno portato all’incidente.

Ci sono tante storie in quella di Naoufel, giovane di origine magrebina. Dai sogni d’infanzia di diventare pianista o astronauta, alla vita che gli ha portato molti imprevisti, ostacoli e sofferenze, all’accontentarsi di lavorare come fattorino in una pizzeria, nel quale non è nemmeno bravo peraltro, all’incontro con la giovane Gabrielle, di cui s’innamorerà.

Interessante e azzeccata da parte di Jérémy Clapin e Guillaume Laurant la scelta di mettere una mano al centro della storia, la parte del corpo umano più facilmente “movibile” e che maggiormente può interagire con ciò che le sta intorno. C’è un’artigianalità nella messa in scena – che non utilizza la stop-motion come ci si poteva aspettare da una storia del genere – bensì un mix di animazione 2d e digitale perfettamente bilanciata. Una scelta quella della mano che rimanda a Mano della Famiglia Addams e al recente cartoon che l’ha vista tornare al cinema dopo tanti anni.

Fin dalle prime sequenze c’è una brutale onestà e cruda realtà che viene presentata dagli sceneggiatori e dal regista Jérémy Clapin, una fotografia fatta di grigi e di ombre, che rendono il film più vicino ad un prodotto come Anomalisa che ad altri film d’animazione per grandi e piccini. Nulla di edulcorato o “facile” da seguire. Noi spettatori soffriamo col protagonista, parteggiamo per lui e per le sue piccole grandi vittorie dopo che la vita gli ha tolto tanto. Ci sono anche la malinconia e la tragicomicità tipici di un certo filone di film francesi in questa pellicola “d’altri tempi” eppure così ancorata alle difficoltà economiche della società di oggi.

I colori si fanno più caldi e vivaci via via che la storia si avvicina al presente, quasi a rappresentare la crescita del protagonista, soprattutto emotiva, l’accettarsi per ciò che si è e con un’imprevista speranza per il futuro.

Dov’è il mio corpo? è una continua sfida animata nel rappresentare da un lato il percorso della mano per raggiungere il suo “padrone”, dall’altro l’infanzia e l’adolescenza del protagonista. Un tratto pulito che diventa meno nitido nei flashback del ricordo e nei momenti bui della sua esistenza.

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