“C’era una volta… -un re! -diranno i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.”

E’ con queste breve righe che Carlo Collodi diede inizio alla storia di Pinocchio. Una storia iniziata quasi per caso, senza nemmeno troppe pretese, ma che ha generato nel corso della sua pubblicazione e negli anni avvenire, un successo di fama mondiale. Come ogni qualsiasi altra fiaba che si rispetti, anche questa non è da meno. Il racconto di Collodi vanta un elevato numero di adattamenti, che andando dal cinema alla televisione hanno portato nel tempo innumerevoli versioni della stessa storia. Quindi il dubbio è lecito, vale davvero la pena vedere il Pinocchio di Matteo Garrone? Se siete curiosi di conoscere la risposta, vi basta saltare questa breve pausa!

Probabilmente, il segreto o “la bellezza” della storia di Pinocchio è che un viaggio di formazione, una storia di profonda crescita, un percorso in cui tutti noi siamo passati. In questo, il film di Matteo Garrone si mostra come una delle trasposizioni più fedeli al romanzo originale. Il burattino non conosce il mondo, è appena nato.

Dopo essere stato completato da Geppetto, scapperà disobbedendo sin da subito a suo padre, non sapendo che la realtà che lo circonda è piena di pericoli. Rappresentati nella storia in diverse forme e che tentano il protagonista a distogliersi dalla retta via. In tal proposito, potremmo definire Pinocchio come una purezza, un qualcuno che tende a fidarsi troppo in fretta della persona che ha di fronte, e purtroppo verrà più volte ingannato. Anche se si comporta come tale, Pinocchio non è affatto un bambino cattivo. Il burattino sbaglia in continuazione, ma nel corso della storia, cercherà ripetutamente suo padre e dopo aver incontrato “la fata”, inizierà ad impegnarsi con diligenza con la promessa di diventare un giorno, un bambino vero.

Esattamente come nel libro, il mondo presentato nella pellicola rispecchia molto fedelmente la realtà italiana del passato, del 1800.

Una realtà cruda quella di quest’epoca, distante dai tempi attuali, ma comunque al passo per i temi trattati, sempre attuali e profondamente al centro della narrazione verista: la povertà, la delinquenza, le truffe. Allo stesso modo, il film riflette una realtà culturale che trova la sua forma definitiva nel linguaggio. I dialoghi risultano scritti con estrema attenzione, ricchi di espressioni tipiche, e rimarcano l’accento toscano dei personaggi. Rimanendo però sempre sul vago rispetto alla sua collocazione geografica, anche se l’accento e i riferimenti parlano chiaro. Naturalmente, siamo in una fiaba e la realtà presentata è anche particolarmente grottesca. Popolata da animali antropomorfi, la cui presenza è considerata normale ed è ben nota ormai a tutti i cittadini.

In riferimento a questo, i personaggi grotteschi sono bizzarri nella pellicola di Garrone, integrandosi perfettamente con la visione del regista di quel mondo antico e inspiegabilmente magico, in cui tutto può accadere. I costumi e il trucco di quest’ultimi è di ottimo livello, la stessa cosa vale per gli effetti visivi.

Diverse le località e i posti riconoscibili nella pellicola, tra cui spiccano meraviglie strettamente pugliesi. Gli ulivi secolari con il Grillo Parlante, Altamura, Gravina di Puglia, Spinazzola, Noicattaro. Queste sono solo alcune delle città, dove la troupe si è recata per le riprese. Città in cui il tempo sembra essersi fermato, e dove la natura offre paesaggi mozzafiato perfettamente armonici con il contesto narrativo della fiaba.

In conclusione, il Pinocchio di Matteo Garrone si mostra come una delle trasposizioni più fedeli del romanzo di Carlo Collodi del 1883. Tutti gli attori interpretano la loro parte in maniera impeccabile e con grande amore nei confronti della storia, regalando un film per tutti e che strizza l’occhio alle produzioni americane.

Nonostante ciò, per certi versi, la pellicola potrebbe risultare troppo cupa per i temi trattati, e per tale motivo potrebbe non risultare idonea come film da guardare durante le feste. Ma il tutto si adatta perfettamente alla storia, alla natura intrinseca del racconto, che è il riflesso della società italiana di quell’epoca.

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