Lo spunto più bello e significativo di When They See Us, mini-serie in quattro episodi scritta e diretta per Netflix da Ava Du Vernay, arriva nel finale quando, come avviene quasi sempre nelle opere audiovisive basate su fatti realmente accaduti, gli attori che hanno interpretato i veri protagonisti della vera storia vengono sostituiti dalle loro controparti reali: in quel momento parte il brano Moon River, nella cover del 2018 interpretata da Frank Ocean, che in precedenza la serie ci aveva proposto nella sua chiave originale.

L’associazione di idee che questo accostamento suscita è immediato, genuino e soprattutto pragmatico: abbiamo conosciuto i da bambini ma adesso sono cresciuti, il mondo è andato avanti cambiando perfino la musica e qualcuno può essere rimasto indietro.

Ridley Scott fece la stessa cosa nella bellissima sequenza finale del bellissimo American Gangster, con Denzel Washington che usciva di prigione e visitava il suo vecchio quartiere e la musica, più dell’architettura, spiegava il cambiamento della società che lui si era perso mentre scontava la propria pena.

E’ un finale davvero delicato ed elegante per una mini-serie in quattro episodi che delicata proprio non vuole essere, anzi mena le mani con l’odio di un forsennato per cercare di far sentire allo spettatore tutti gli schiaffi dati in faccia ai cinque protagonisti: la storia è nota e si sviluppa intorno al caso della jogger di Central Park, descrivendo le vite dei sospetti (tutti minorenni, tutti innocenti) accusati dell’aggressione, e di come quelle accuse rovinarono la loro vita e quella delle loro famiglie.

I cinque vengono arrestati, interrogati senza un avvocato o senza i loro genitori, costretti a confessare a suon di false promesse e botte, processati, dichiarati colpevoli e condannati col massimo della pena e reclusi nel carcere statale, nel quale entrano come bambini e usciranno come adulti solo nel 2002, e solo perché il vero colpevole, dilaniato dal senso di colpa, finalmente decide di confessare, e a quel punto lo Stato non potrà far altro che ritirare tutte le accuse e risarcirli con fior di milioni.

When They See Us sa essere dura e assurda come solo le storie vere sono in grado di essere, a volte superando di gran lunga le fantasie più oscure dei migliori sceneggiatori, e il pregio maggiore della mini-serie è quella di riuscire perfettamente a comunicare tutta la frustrazione che scuote i corpi dei protagonisti, trasmigrandola in quelli di chi guarda. L’obiettivo della Du Vernay però, contrariamente a quello che si può pensare fin dalle prime battute del primo episodio, non è tanto quella di raccontare come e perché la vita di prigione riesca a cambiare la vita fuori dalla prigione, quanto piuttosto quella di indagare in che modo e fino a che punto sia indelebile la macchia che la vita della prigione finirà inevitabilmente col rappresentare per la vita fuori da essa.

Come un rito di passaggio dall’età adulta ma privato di ogni senso di positività, essere processati ed essere riconosciuti colpevoli anche quando è impossibile che lo si sia davvero,  in When Theuy See Us diventa una nota sulla carta d’identità che è peggio della vita in prigione stessa, perché impedisce di poter godere pienamente della libertà quando e se questa ci verrà riconosciuta.

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