L’unica pretesa, se così si può dire, di Beautiful Boy di Felix Van Groeningen era quella di portare i due protagonisti – Steve Carrell e Timothée Chalamet, nei panni rispettivamente di un padre disperato che deve trovare il modo di far uscire suo figlio adolescente dal tunnel della droga – quanto meno ad una nomination agli Oscar 2019: ha fallito miseramente, e dopo il passaggio alla Festa del Cinema di Roma dell’anno scorso (il film è una produzione 2018 della Plan B di Brad Pitt) Beautiful Boy ha saltato a piè pari la distribuzione invernale che spetta di diritto ai film da stagione dei premi per arrivare nel nostro mercato in questo afoso e infinito giugno, piuttosto denso a livello di offerta cinematografica, motivo per cui è improbabile che l’opera lasci un minimo segno in termini di pubblico.

In termini di critica cinematografica, invece, il film di Felix Van Groeningen – il primo hollywoodiano per l’acclamato regista belga celebre soprattutto per Alabama Monroe – sceglie scientemente di distanziarsi dalla tipica rappresentazione cinematografica della droga e della dipendenza (solitamente adatta a film oscuri: che siano essi drammatici, o satirici o altro, a legarli è comunque una certa soglia di sgradevolezza) e cercando di evitare quanto più possibile tutti quegli orrori familiari che invece dovrebbero caratterizzare la storia di un adolescente drogato di metanfetamina e di un genitore che fa di tutto per salvarlo.

Beautiful Boy vuole essere disperatamente bello, c’è sempre il sole e tutti sorridono, e quando si piange si piange comunque per arrivare a dirsi quanto ci si vuole bene. A fornire una parvenza di continuità-stabilità narrativa abbiamo gli sforzi di David per allontanare Nic dal baratro verso il quale si sta dirigendo, ancora e ancora e ancora, con risultati sempre più infruttuosi. È una storia vera straziante che sicuramente conquisterà l’affetto degli spettatori più inclini ad attaccarsi a questo tipo di opere da amore-tossico, ma c’è un fin troppo vistoso distacco nell’approccio di Van Groeningen che impedisce di raggiungere il fulcro del discorso, con un’estetica che quasi soffoca le interpretazioni dei due attori principali.

Lo storytelling non lineare (la sceneggiatura è scritta da Luke Davies, che abbiamo visto recentemente a lavoro su Catch-22) troppo spesso distrae e annacqua il succo del discorso, con un montaggio dispersivo che va a destra e a sinistra nella linea del tempo con flashback e flashforward che non fanno altro – del tutto involontariamente – che tirarci fuori dal momento, castrare il crescendo emotivo, spezzare il ritmo della narrazione. Più tenta di avvicinarci al dramma dei suoi personaggi, Beautiful Boy, più suo malgrado ce li allontana.

Magari questa struttura a sprazzi-di-ricordi è stata escogitata per riflettere lo stato interiore dei personaggi, nei quali regna il caos più assoluto fra amore, disperazione, rabbia, biasimo, desiderio di perdono e bisogno di perdono. Molto più probabilmente ci si fa invece affidamento per evocare un senso di nostalgica malinconia all’insegna di anni più idilliaci. Non fa che distrarre, però, in egual misura con la colonna sonora, che piuttosto che limitarsi a commentare l’azione finisce quasi sempre col rubarla.

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