Le origini dei supereroi Marvel sono spesso segnate da tragedie, soprattutto familiari. Se andiamo a indagare sullo stato di famiglia di ognuno di loro, infatti, ci accorgeremmo che ben pochi possono vantare una situazione stabile e lineare, priva di dipartite premature o abbandoni.

Daredevil purtroppo non fa eccezione, in quanto sua madre lo ha abbandonato in fasce, per seguire la vita monacale, affidandolo al padre, un pugile fallito che verrà ucciso per essersi rifiutato di perdere un incontro truccato.

Se la storia della madre di Matt Murdock verrà raccontata solo parecchi anni dopo, da Frank Miller, quella del povero Battlin’ Jack ( così veniva chiamato il padre quando saliva sul ring ) la vediamo proprio nella primissima avventura del Diavolo Rosso, scritta da Stan Lee nel 1964.

Visto che allora il vero protagonista era il futuro supereroe cieco, questa vicenda occupava solo qualche pagina e mostrava soprattutto il punto di vista del giovane Matt, ma era sicuramente una storia che meritava di essere approfondita, visto che condensava molti elementi interessanti e melodrammatici: la sfida sul ring come metafora della vita, la voglia di rivalsa, l’amore padre/figlio, la violenza della criminalità organizzata, il dolore della perdita e tanto altro ancora…

L’idea di sviscerare questo frammento così importante e drammatico della mitologia daredeviliana è venuta proprio a un talento di casa nostra, che già si era fatto notare anche all’estero per le sue indiscutibili doti artistiche, ma che stavolta ha avuto il coraggio di proporre un progetto interamente suo, di cui avrebbe curato quindi sia storia che disegni.

Sto parlando ovviamente di Carmine Di Giandomenico, autore molto apprezzato sia qui in Italia che oltreoceano, che può fregiarsi di essere uno dei pochi italiani ( o forse l’unico ) ad aver realizzato un fumetto per la Casa delle Idee come autore completo, anche se aiutato dallo scrittore Zeb Wells per i dialoghi e alcuni passaggi della sceneggiatura.

Non è un caso, comunque, che sia stato proprio un artista italiano a voler raccontare una storia così intima e introspettiva come Battlin’ Jack Murdock, dove non ci sono eroi in calzamaglia o spettacolari scene d’azione, ma solo i sentimenti e la cruda realtà che ogni giorno deve affrontare un comune uomo della strada, messo alle corde da una vita che non gli ha mai regalato molto, anzi… lo ha quasi sempre preso a pugni in faccia, sia in senso metaforico che letterale.

Jack infatti ha un passato come pugile, che poi ha abbandonato per i suoi problemi con l’alcol. Menare le mani sembra essere però il suo unico talento, per cui finirà sul libro paga di un boss locale chiamato Fixer, che lo sfrutterà come picchiatore per estorcere il pizzo ai negozianti del quartiere. Questo lavoro ovviamente farà nascere molti dubbi e rimorsi nell’animo di Jack, che non è mai stato una persona cattiva o un criminale, ma solo qualcuno che non sapeva fare altro che tirare pugni per sopravvivere.

Fixer allora decide di sfruttare il suo sottoposto per farlo tornare sul ring, regalandogli così un flebile spiraglio di felicità, visto che quello era l’unico posto in cui Battlin’ Jack si sentiva veramente realizzato. Questo momento positivo però fece presto a finire, quando il pugile si rese conto di non essere altro che un burattino nelle mani del boss, il quale organizzava tutti incontri truccati a sua insaputa. Ma la mazzata finale arriva proprio per il match decisivo al Madison Square Garden, che avrebbe decretato il campione dei pesi massimi e che Jack sarà costretto a perdere, alla quarta ripresa.

Svanisce dunque quel poco di autostima che il povero padre di Matt pensava di avere, per non parlare dell’ennesima delusione che dovrà riservare a suo figlio, all’amorevole barista Josie e a tutti coloro che gli volevano bene e credevano in lui. Il destino di Battlin’ Jack, alla fine, sembra essere sempre quello di finire al tappeto.

Sappiamo tutti poi la svolta che ha preso la storia, e vista in maniera superficiale la sua vittoria potrebbe sembrare quasi un gesto egoistico, mentre invece risulta essere l’unico moto di orgoglio di un uomo, e un padre, che ha sempre ricevuto porte in faccia dalla vita, e per una volta vuole dimostrare di essere un vincente. E’ stato abbandonato dalla donna che amava più di ogni altra cosa al mondo, e si è ritrovato a crescere un figlio da un giorno all’altro, pur non essendone preparato. Ma proprio quel figlio adesso è la sua unica ragione di vita, e per una volta non vuole deluderlo, visto che è lì sugli spalti a tifare per lui.

Jack si rende conto che Matt è un ragazzo forte e potrà farcela anche senza suo padre, grazie a un elemento di retro-continuity inserito appositamente dagli autori. La voglia di rivalsa su una vita di rinunce e sacrifici, passata solo a incassare colpi, supera ormai qualunque altra cosa e Battlin’ Jack ora sa che se ne potrà andare a testa alta, sul ring, alla sua maniera.

Attraverso i quattro round che compongono il suo ultimo, fatidico, incontro, Wells e Di Giandomenico ci raccontano la vita triste e malinconica di Jack Murdock, un uomo dalla scorza dura ma con un cuore buono. Non sarà stato forse un padre modello, ma di certo ha fatto tutto quello che ha potuto per poter crescere al meglio suo figlio e inculcargli i valori che l’hanno reso l’uomo ( e l’eroe ) che è adesso. Il piccolo Matt però rimane in questo caso una figura di contorno, anche se fondamentale, in quanto sarà il vero motore dietro a ogni singola azione di Jack, protagonista indiscusso della storia.

Di Giandomenico dimostra tutta la sua sensibilità di artista nel raccontare, in maniera delicata ma allo stesso tempo cruda e diretta, la parabola di questo pugile fallito e amareggiato, che nonostante tutto trova il coraggio di reagire e combattere, sul ring come nella vita. Ovviamente non è da meno la parte grafica, dove l’artista teramano rappresenta con efficacia la violenza della boxe, caratterizzata da muscoli guizzanti, sangue e sudore. Le sue linee sinuose e ben marcate danno forma a figure fluide e dinamiche, ma i veri punti di forza in questo caso sono la caratterizzazione dei personaggi e l’espressività che riesce a conferirgli, fondamentale in un racconto così intimista e introspettivo.

Il Diavolo Rosso, del resto, si è sempre contraddistinto per essere uno dei personaggi più “umani” della Casa delle Idee, e questa miniserie, che mescola abilmente azione e sentimento, senza però alcun elemento “super”, ne è la dimostrazione.

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