Quando Gianluigi Bonelli pubblicò Sangue Navajo era il 1961. All’epoca ancora non era scoppiato il Watergate, e la completa riabilitazione cinematografica degli indiani d’America era lontana dal definirsi. Ma, da buon avanguardista, Bonelli anticipò i tempi, e creò una storia magistrale che fu il connubio di queste due tematiche: i soprusi contro gli indiani, e la forza della stampa.

Tex è un personaggio narrativamente molto forte perché è in grado di spaziare nei suoi racconti tra più tematiche, e situazioni. Il contesto western non limita l’ampio respiro delle sue storie, anzi, i paesaggi della Frontiera donano ulteriore fascino alle avventure di Aquila della Notte.

La Sergio Bonelli Editore ha quindi deciso di riproporre in un’edizione prestigiosa in volume, una storia molto importante e significativa. Una delle più attuali tra quelle scritte da Gianluigi Bonelli, ed ancora piuttosto fresca sia a livello di contenuti, che di scorrevolezza.

Il personaggio al centro di Sangue Navajo è il giornalista Martin Floyd, il quale durante un viaggio in treno vede due uomini, Barlow e Hope, sparare uccidendo un gruppo d’indiani. Da qui si scatenerà una sanguinaria guerriglia da parte dei Navajos, che chiamerà in causa l’esercito, creando una situazione d’instabilità politica e di tensione altissima.

Sangue Navajo Sangue Navajo Sangue Navajo

In tutto questo Tex lavorerà come mediatore tra i due fronti, supportando chiaramente la causa indiana.

Così come dicevamo in apertura, Sangue Navajo è una di quelle storie che testimoniano la grande capacità narrativa di Gianluigi Bonelli, e la freschezza di scrittura di uno sceneggiatore capace, a fine anni Quaranta, di creare un personaggio ben più avanti della sua epoca.

Il magico duo formato da Bonelli e Galeppini si ricompone per un ciclo narrativo notevole, e che segna una svolta anche nell’evoluzione di Aquila della Notte.

Qualora fosse necessario avvalorare la qualità letteraria di Tex, una storia come Sangue Navajo è in grado di dimostrare quanto il valore narrativo di  Aquila della Notte fosse alto già agli inizi degli anni Sessanta.

Gianluigi Bonelli adorava i film di John Ford, ma, per certi versi, a livello concettuale era ancora più avanti rispetto rispetto al regista americano. Solo negli anni Ottanta avvenne la piena riqualificazione degli Indiani all’interno della cinematografia americana, i quali nell’epoca d’oro del cinema western statunitense erano relegati a fare i cattivi, nemici dei bianchi (anche in capolavori come Sentieri Selvaggi).

Perciò una storia come Sangue Navajo è pura avanguardia, ed anticipa anche gli spaghetti western di Sergio Leone, che sarebbero nati di lì a poco, e nei quali la differenza tra buono e cattivo sarebbe stata molto più sottile, per non dire inesistente.

In Sangue Navajo gli indiani agiscono con violenza, ma per vendicare un sopruso subito da alcuni loro compagni. E poi, l’introduzione della tematica della forza della stampa sa di lettura anticipata della Storia, visto che, dieci anni dopo, le azioni del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, e l’intuito di due giornalisti del Washington Post, rivelarono uno scandalo nazionale che portò alle sue dimissioni.

In maniera profetica anche in Sangue Navajo sarà il Washington Post a far scoppiare un polverone, ed il giornalista Martin Floyd sarà centrale tanto quanto i personaggi d’azione.

Insomma, Sangue Navajo è una di quelle storie di Tex imprescindibili. Da scoprire, o riscoprire.

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