Reverenziale, un tantino calligrafico ma anche non poco commovente, Tolkien di Dome Karukoski fa di tutto per celebrare il leggendario autore de Il Signore degli Anelli senza scadere in prevedibili e banali paralleli col capolavoro cinematografico di Peter Jackson, con riferimenti mai usa e getta e, per quanto chiaramente molto numerosi, mai davvero pedanti.

Spesso allegorici e di tanto in tanto citazionisti – con sketch, situazioni o nomi infilati in qualche angolo dell’inquadratura in attesa di essere colti dai fan più colti – non intasano mai la narrazione della vita dell’autore, semmai ne condiscono la quotidianità e le relazioni, i corsi all’università, i pomeriggi nelle eleganti sale da the passate in compagnia dell’amore Edith: Nicholas Hoult e Lily Collins sono splendidi in un film che, nel rendere omaggio ad un’importante figura del ‘900, riesce nel difficile compito di non risultare mai didascalico né scontato, concedendosi anche qualche intuizione visiva piuttosto evocativa fin da subito, quando ci mostra il passaggio dalle verdi colline della casa d’infanzia alla tenebrosa silhouette della città industriale Birmingham, in cui John Ronald Reuel Tolkien – occhio alla pronuncia – è costretto a trasferirsi con la madre e il fratello minore.

E’ chiaro che il luogo dell’infanzia è la Contea mentre quello verso cui si sta dirigendo la sua adolescenza è la tetra Mordor, luoghi chiave di quella Terra di Mezzo che avrebbe creato grazie alla sua fervida immaginazione alimentata dalle letture serali della madre, a sua volta grande appassionata di storie e leggende delle mitologie più disparate: Karukoski ce lo fa vedere senza mai dirlo esplicitamente, ci mostra la nascita di Samvise L’Impavido sommando diverse elementi che il futuro scrittore immagazzinerà nell’arco della sua vita (dal migliore amico innamorato di una barista dai capelli rossi ad un soldato nelle trincee di nome Sam che lo aiuterà personalmente in una pericolosa missione), e perfino l’origine del signore oscuro Sauron, spettro figlio della più orribile delle invenzioni dell’uomo.

E’ un film di salotto e di prati curatissimi, di sorrisi e carezze e di corpi che strisciano nel fango, di flashback e libri e lingue stranissime inventate dalla fantasia: è soprattutto un film sulla lingua e sulla forza delle parole e sulla valore del significato di quelle parole, di come il suono di un nome o di un aggettivo o di un verbo venga apprezzato solo in relazione al gesto cui li associamo, a ciò che quel gesto significa per chi lo compie.

Strutturalmente poco originale, la sceneggiatura parte da un punto e va all’indietro dando maggior risalto al passato e perdendosi nei ricordi del protagonista, che evidentemente vorrebbe essere ovunque tranne che nel posto orribile in cui invece è costretto: mai davvero avvincente ma sempre composto, sempre attento a non strafare per timore di incepparsi, Tolkien scorre via con fare diligente senza preoccuparsi minimamente di distaccarsi in qualche modo dalla classica forma del biopic, dimostrandosi più un tributo personale di Karukoski al suo eroe letterario – tra l’altro tributo non approvato dagli eredi dello scrittore, che si sono dichiarati contrari all’opera – che un film con qualsivoglia tipo di ambizione cinematografica.

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