C’è una voragine gigantesca nel mondo della televisione e quella voragine si chiama Game of Thrones.

Le principali case di produzione si sono gettate in una forsennata corsa contro il tempo in stile Battle Royale (non del genere di videogame di gran voga in questo periodo ma proprio del film del 2000 di Kinji Fukasaku) per riempirla il prima possibile: c’è Netflix con The WitcherDark Crystal: Age of Resistance e addirittura il remake de Le Cronache di Narnia, c’è la HBO con Queste Oscure Materie, The Nevers di Joss Whedon e il prequel di GOT stesso, c’è CBS con L’Ombra dello Scorpione di Stephen King e c’è soprattutto Amazon, realtà sempre più presente e combattiva nel contesto dello streaming on demand che oltre a riproporre La Torre Nera – dopo il disastroso lungometraggio di Nikolaj Arcel – sta lavorando anche a Conan il Barbaro (insieme al regista Miguel Sapochnik reso celebre al grande pubblico proprio da Il Trono di Spade), a La Ruota del Tempo e ovviamente, come sa anche chi ci segue da Saturno, un nuovo adattamento tolkeniano ispirato alla Seconda Era della Terra di Mezzo.

Prima di tutto questo, però, la ribalta proverà a rubarla un fantasy piccolo piccolo dalle pretese all’apparenza infinitesimali intitolato Carnival Row, che coincidenza delle coincidenza inizia esattamente come finisce Game of Thrones: lì ci si inoltrava stancamente in una foresta innevata, sperando in un futuro più idilliaco, qui invece da una foresta innevata si fugge a perdifiato perché il futuro vogliono negartelo.

Da critico la citazione è lampante e immediata ma anche sottile e geniale, e anche se né Amazon né tantomeno i creatori della serie René Echevarria e Travis Beacham vogliono provare a replicare il successo del capolavoro di David Benioff e D.B. Weiss, Carnival Row di frecce al suo arco – o per meglio dire pallottole in canna – ne ha da vendere.

Nato per essere un lungometraggio cinematografico col titolo di A Killing on Carnival Row, spect script firmata sempre da Beacham – e questo già la dice lunga sulla relazione di interscambiabilità che lega cinema e televisione oggigiorno – la serie innanzitutto vanta una coppia di protagonisti piuttosto funzionali e immediatamente riconoscibili come Orlando Bloom e Cara Delevingne, lui eterno non protagonista nel primo ruolo principale importante dai tempi de Le Crociate di Ridley Scott, lei enfant prodige dello Star System a tutto tondo, dalla moda alla musica passando per il cinema.

Insieme a loro ci saranno anche Indira Varma (che i fan di GOT riconosceranno come Ellaria Sand) e l’onnipresente Jamie Harris ma soprattutto David Gyasi e Tamzin Merchant, vera e propria seconda coppia dalla storia d’amore complicata ancor più appassionante di quella dei protagonisti.

Quello che convince oltre ogni modo, al netto di effetti visivi per i quali non ci si può strappare i capelli, è la miscellanea di generi che Carnival Row introietta e modella, creando un mondo specifico e peculiare piuttosto calzante col tipo di storia che vuole raccontare, molto legata alla Storia e all’orrore che può nascondere per i diversi (un’idea molto deltoriana, e il cinema di Guillermo Del Toro è molto forte negli otto episodi della prima stagione, sia a livello tematico che visivo).

Tra dramma in costume, romanticismo, racconto storico, noir e ovviamente fantasy, ci ritroviamo in un mondo neo-vittoriano popolato da creature mitologiche che a causa di una devastante guerra sono state costrette a lasciare la loro patria e vivere, in condizioni spesso precarie, nei ghetti delle città degli uomini. Con la tensione sempre più crescente tra cittadini e immigrati magici, Rycroft Philostrate (Bloom), un ispettore di polizia, si ritrova tra le mani il brutale assassinio di una showgirl fatata, appartenente alla stessa razza di Vignette Stonemoss (Delevingne), sua vecchia amante persa di vista da tempo per ragioni che non vi stiamo di certo a svelare.

C’è un po’ di racconto sociale dickensiano con le bombette alla Peaky Blinders, c’è ovviamente Game of Thrones (un intero episodio sembra girato a Grande Inverno, ma di più non possiamo dire), c’è un po’ di The Alienist e quindi anche un po’ di Jack Lo Squartatore ma nonostante questo gran groviglio di trame, sottotrame ed influenze, tutto sembra molto, incredibilmente specifico, e soprattutto piuttosto divertente: davvero si respira una forte aria di freschezza guardando le scenografie e i luoghi entro cui si muovono i personaggi, un mondo che sorprende scoprire sia, per quanto ispirato ad altri, completamente originale e non frutto di adattamento da chissà quale saga letteraria, fumetto o videogame.

Probabilmente l’opera originale più impattante degli ultimi anni rimane John Wick, ma anche Carnival Row farebbe la sua gran figura in un franchise espanso e Amazon, che ha già rinnovato la serie per una seconda stagione nonostante la prima non sia ancora andata in onda, dev’essersene già accorto. Noi non possiamo che confermare.

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