Fosse uscito negli anni ’70 Hotel Artemis lo si sarebbe anche potuto confondere per un bel film di recupero alla Mario Bava, ma nel 2019 si porta appresso quel retrogusto insipido che sembra assomigliare ad un sacco di cose senza lasciarti niente né in bocca né nello stomaco, il canonico film estivo in bilico fra apatia e fallimento commerciale (15 milioni di budget non recuperato con 12 milioni di incasso) evidentemente di troppo in un panorama cinematografico che pretende ben altro dai suoi prodotti, che nella maggior parte dei casi già faticano a stare al passo con il sempre più grande e affamato mondo della televisione.

L’esordio alla regia di Drew Pearce – sceneggiatore sia accreditato che non in alcune opere di successo come Iron Man 3, Pacific Rim e Mission: Impossible – Rogue Nation – è incredibilmente straripante di idee ma poverissimo di spunti, forse perché la pletora di suggestioni che presenta al proprio pubblico arrivano direttamente da altrettanti film ben più famosi e ben più riusciti, siano essi più o meno recenti (Fuga da Los Angeles, 7 Sconosciuti a El Royal, La Notte del Giudizio John Wick i più evidenti, senza contare gli infiniti rimandi al genere fantascientifico che tra l’altro non hanno alcuna valenza ai fini della trama); ne risulta un’opera ampia, piena di personaggi – ai quali Pearce riesce anche a dare lo giusto spazio nei 90 minuti di narrazione – che però non appaga mai né coinvolge davvero, scorrendo inerme fino ai titoli di coda per sparire nella notte senza lasciare alcuna traccia come forse accadrà ad uno dei protagonisti.

In questo treno di eventi che ruotano intorno a rapine, hotel segreti, rivolte, vendette, infermiere notturne e gangster un cast di (quasi) all-star, al servizio di un neo-noir molto pulp che si prende incredibilmente sul serio senza validi motivi per farlo.

La storia racconta di una Los Angeles del 2028 gettata nel caos da un feroce scontro che vede coinvolte forze di polizia e manifestanti in protesta per dell’acqua pulita (ma non c’è un tiranno cool come l’Immortan Joe di Mad Max: Fury Road a negargliela, anzi, ad accontentarli col contagocce per tenerli sadicamente a bada).

In mezzo alla rivolta un gruppo di rapinatori, fallito un colpo in banca dopo uno scontro a fuoco con la polizia che li ha lasciati feriti e privi di opzioni più rosee, trovano rifugia nello stabile su tredici piani che dà il titolo al film: il logorio dell’esterno nasconde interni da art déco, un albergo riservato ai criminali barra ospedale all’avanguardia con ferree regole da seguire alla lettera.

Tutto quello che viene messo sul fuoco però finisce fin troppo abbrustolito, Pearce parla di tutto e vuole infondere alla sua storia sottotesti drammatici da vicenda sentimentale atta allo studio caratteriale e alla riabilitazione dei propri personaggi (uno di loro in particolare), appesantendo il tutto e privandolo di quell’anima da divertissement sulla quale invece avrebbe dovuto concentrarsi: grandi pregi del film la colonna sonora di Cliff Martinez, incensato compositore delle opere di Nicolas Winding Refn, e la fotografia di Chung-hoon Chung, che a fine agosto l’Italia potrà finalmente vedere in The Handmainden di Park Chan-wook, lungometraggio del 2016 ancora inedito nel Bel Paese che noi però abbiamo non solo già visto ma anche inserito nella classifica dei migliori film del decennio.

Di altro che sia degno di nota, in Hotel Artemis, purtroppo c’è poco e nulla.

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