Ambientata nel secondo Ottocento fra Lubecca e Amburgo, La musa dimenticata è la storia di un artista e della sua ispirazione. Il giovane Markus è senza genitori, ma scappa dall’orfanotrofio in cui era tenuto a causa della sua voglia di libertà; viene allevato da un vecchio pescatore, che capisce la sua grande abilità con il disegno e cerca di dargli un futuro anche tramandandogli il suo mestiere; ma l’arte non aspetta; riuscirà Markus a trovare la sua strada nella disciplinata Germania dell’epoca del cancelliere Bismarck?

Già nell’introduzione le due autrici indicano come la loro opera sia in realtà un omaggio al dio dei manga Osamu Tezuka, di cui infatti troverete tra le tavole del fumetto alcuni personaggi iconici, che Tezuka usava come topoi in varie sue opere (pratica che venne poi riutilizzata anche da molti altri autori ed animatori).

Tuttavia, a parte questo stratagemma grafico/narrativo ed alcune tematiche in comune con il grande autore (che del resto nella sua carriera trattò tutto il trattabile, proprio per la sua inarrivabile volontà creativa), le due autrici hanno deciso di adottare una strada autonoma, con tutti i rischi del mestiere: la storia presenta delle criticità, infatti, che emergono già alla prima lettura, con una introduzione dei personaggi davvero troppo lunga, tanto che la Musa del titolo arriverà solo nell’ultima pagina del primo volume; diverso il discorso per il secondo tomo, in cui sembra essere stato trovato un migliore equilibrio nello sviluppo della trama, che permette al lettore di apprezzare maggiormente una storia che in effetti si fa piuttosto interessante, anche se questa non sorprenderà davvero un lettore che sa leggere tra le righe.

Lo sviluppo dei personaggi sembra curarsi prevalentemente del protagonista e della musa Ondina, con un buono spazio dedicato anche al rivale di Markus, Theodor Ragner.
Peccato invece per il personaggio di Aron Wozniak, che avrebbe meritato maggior spazio, dato il suo contrasto tra essere polacco e essere anche tedesco; sono sicuro che una maggiore enfasi su di lui avrebbe potuto dare una maggiore intensità alla storia tutta.

Meno convincente il lato artistico, ma del resto è la stessa Deda Daniels ad ammettere la sua natura di story artist e non di disegnatrice. Ed in effetti lo stile si modifica nel corso dei due volumi partendo da un tratto leggermente più realistico per arrivare ad uno più personale.

Tuttavia alcune tavole sono più ricche, altre hanno un background meno elaborato; insomma, tutto è caratterizzato da una certa discontinuità stilistica che non facilita la ricerca di una omogeneità in tutta l’opera.

La confezione di Hazard Edizioni, disponibile anche in volumi singoli (ma qui è recensita la versione cofanetto), è ben realizzata, composta da due volumi brossurati -con alette – e raccolti in un solido cofanetto di cartoncino. Certo, il prezzo di euro 24,00 non è particolarmente allettante probabilmente per il grande pubblico, ma la cura dell’edizione è davvero molto buona, con pagine patinate e spesse, che valorizzano la stampa del fumetto.
Molto apprezzabile il numero di extra inseriti nei volumi, compresa una bibliografia discretamente ricca, con approfondimenti storici che dimostrano la cura delle autrici nella costruzione della loro trama. Una caratteristica sicuramente apprezzabile considerando il fatto che il fumetto storico in Italia è spesso storico solo di facciata senza indagine delle fonti…

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