Il lavoro di ristrutturazione col quale Tim Story rivisita la decennale saga di Shaft è davvero mirabile: tirando le somme di un franchise b-movie partito come rappresentante della blaxsploitation (Shaft il Detective, Shaft Colpisce Ancora e Shaft e i Mercanti di Schiavi) e aperto il nuovo millennio (Shaft 2000), il regista, anche grazie alla sceneggiatura di Kenya Barris e Alex Barnow, trova in qualche modo tutte le idee giuste per calare la realtà urbana degli afroamericani di ieri in quella contemporanea, dove le persone sono (più o meno) tutte uguali e anche gli afroamericani possono laurearsi al MIT per andare a lavorare nell’FBI.

Tre spiriti, tre correnti, tre personaggi, Shaft originale (Richard Roundtree, che rese celeberrimo il personaggio all’inizio degli anni ’70), suo figlio Shaft II (Samuel L. Jackson, protagonista del remake anni 2000) e il nuovo arrivato, J.J. Shaft alias Shaft III (Jessie Usher): sono i ieri oggi e domani della cultura black che Story però, evidentemente fan del personaggio, usa per parlare delle varie ere cinematografiche dell’action.

C’è di tutto in Shaft (aka Shaft 5), che sotto l’idea di scontro generazionale padre-figlio porta la saga neo-noir originale nei territori del buddy movie col fare di chi si vanta della propria convenzionalità, delle proprie battutacce e delle gag scanzonate per spiegare i rapporti tra i personaggi: lo Shaft di Jackson, che è cresciuto per strada perché figlio della cultura di ieri e quindi proprio non ne vuole sapere di avere un figlio che ascolta musica da bianchi, che fa un lavoro da bianchi, che vive una vita da bianchi, farà di tutto per insegnare allo Shaft di Usher qual è la vera esistenza dei neri, ma viceversa il giovane dimostrerà al suo vecchio che si può aspirare a qualcosa di meglio, che ormai i tempi sono maturi e che “sognare e pianificare è così sexy“.

Soprattutto però – e questa è la cosa più interessante – è che il film non sceglie mai da che parte stare, non prende posizione e non giudica, e di conseguenza dallo scontro costante fra i due personaggi principali non esce mai un vincitore: ci si influenza a vicenda, si impara l’uno dall’altro, ognuno ridicolizza i modi di fare dell’altro e in questo modo impara come essere migliore.

La trama, che ha a che fare con terroristi islamici, colleghi morti di overdose con quantità di eroina sufficiente a far pensare ad un omicidio, moschee, piste da seguire, complotti e gangster, non brilla di certo per intreccio e ritmi ma il film è abbastanza intelligente da sapere perfettamente che il punto non è mai questo: il film è molto più interessato a riflettere sul perfezionamento della società black negli anni, sulla sua evoluzione, imbastendo uno scontro tra conservatorismo e progressismo per niente scontato che sembra quasi volersi caricare sulle spalle l’educazione del pubblico.

Lo fa sempre con toni ironici, sempre pronto a divertire, con un Samuel L. Jackson mattatore che domina lo schermo con la fierezza che da sempre lo contraddistingue, rimanendo sospeso costantemente (ma volontariamente) tra l’essere un prodotto datato e uno desideroso di innovare.

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