Non poteva essere che un film di distribuzione da tardo giugno afoso Rapina a Stoccolma, nuova opera dell’espertissimo regista canadese Robert Budreau che fa cinema in pratica dal 2002 ma di cui nessuno ha mai sentito parlare almeno fino al 2015 con l’uscita in vari circuiti da festival indipendente di Born To Be Blue, sempre con Ethan Hawkes: e sempre con Ethan Hawkes arriva quello che finora è da considerarsi l’apice della sua carriera (sei nomination e due vittorie ai Canadian Screen Awards, inclusa quella per la miglior sceneggiatura), Rapina a Stoccolma appunto, un film che trova il suo massimo pregio nel non prendersi mai sul serio nonostante apparentemente tratti un soggetto che invece dovrebbe essere serissimo.

Storia vera, tratta da un articolo pubblicato sul New Yorker, che mescola un incredibile fatto di cronaca all’origine della celebre patologia nota come “Sindrome di Stoccolma”: ambientato com’è facile intuire nella capitale svedese, il film racconta della rapina alla banca centrale della città che nel 1973 coinvolse Lars Nystrom (Ethan Hawke), criminale che prende in ostaggio alcuni impiegati per far rilasciare il suo amico Gunnar (Mark Strong), che sta scontando una pena in prigione.

Tutto si prolunga per giorni, la rapina diventa a sua volta una sorta di reclusione, e man mano che questa reclusione va avanti gli ostaggi iniziano a sviluppare un complesso rapporto con il loro sequestratore: nello specifico Bianca (Noomi Rapace), moglie e madre di due bambini, inizia ad attaccarsi a Lars, che sembra avere a cuore le condizioni e le esigenze dei suoi prigionieri più della polizia appostata oltre le mura dell’edificio.

Come detto è nella semplicità – a rischio di scadere nello banale – che Rapina a Stoccolma trova la sua ragion d’essere, spiega/romanza in maniera incredibilmente semplicistica un “concetto” incredibilmente complesso di dipendenza psicologica come quello della Sindrome di Stoccolma: per come è scritto e diretto questo film appare davvero convinto che le cose siano andate proprio in questo modo, che si siano svolte con questo puerilità, puerilità che però è quasi un candore, e ne è talmente convinto da risultare convincente; probabilmente questo tono da simil-commedia era davvero l’unico sopportabile al cinema per un “adattamento” di questa vicenda, che funziona anche grazie alla bravura/bontà del grande attore che è Ethan Hawke.

La visione manichea di Budreau riduce tutto a schematismi da film pre-adolescenziale, i cattivi si comportano da cattivi e i buoni fanno i buoni sempre, anche quando rapinano le banche, e a quel punto è fisiologico che gli ostaggi finiscano col rendersi conto che in realtà bisogna fare il tifo per quelli con le pistole. Inutile scomodare film dal soggetto simile perché Rapina a Stoccolma il paragone non lo cerca nemmeno, se ne sta in un universo tutto suo che non risente degli affanni e della complessità che gravano sul nostro, e in questo suo universo di innocenza è del tutto plausibile che l’eccentrico e un po’ sempliciotto si innamori di Bianca, che invece in lui vede tutto ciò che manca al suo marito inetto.

Perché siamo in un universo in cui la Sindrome di Stoccolma è un fatto di cuore e per la psicologia non c’è alcun margine di manovra.

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