La biografia del lìder màximo intrappolata fra le luci e ombre delle pennellate di Reinhard Kleist, maestro del fumetto tedesco.

Nel 1959, appena terminata la rivoluzione, Fidel Castro accoglie la nave che ha portato a Cuba Marita Lorenz, sua futura amante ed attentatrice, e si presenta con la frase “My name is dottor Castro. I am Cuba.” Il concetto non poteva essere espresso meglio.

Fidel Castro è Cuba, e Cuba è la sagoma della sua smisurata ombra, la sua unica ragione di vita. Reinhard Kleist ha studiato approfonditamente la materia, e nel restituircela sotto forma di fumetto, spazza via imprecisioni e inesattezze sul leader politico più longevo del XX secolo.

La storia di Fidel Castro è già di per se straordinario materiale narrativo, talmente straripante che nelle pur numerose pagine del volume non è riuscita a venire rappresentata con interezza. Kleist però, l’ha organizzata in modo estremamente chiaro e funzionale, basandola sul punto attorno al quale ha sempre ruotato la vita del lìder màximo: il potere.

Un rapporto che viene raccontato essenzialmente in due lunghissime parti, la prima: su di un popolo soggiogato dal dittatore Batista, e sulle imprese di un giovane Castro, dapprima in università, poi come militante fuorilegge, e infine in veste di vero e proprio militare nella Sierra.

Sono gli anni avventurosi e sofferti delle mobilitazioni popolari, dell’assalto armato alla Caserma Moncada da cui nascerà il Movimento del 26 luglio, dei due anni di carcere sull’Isla de Los Pinos, dell’esilio in Messico e del disastroso ritorno in patria sul piccolo yacht Granma, dell’amicizia con Ernesto Guevara e Camilo Cienfuegos, suoi compagni barbudos di lotta armata. Sono gli anni in cui Castro, inossidabile ribelle con la leadership nel sangue, arriva faticosamente ad agguantarlo, il potere.

La seconda parte si apre non appena la rivoluzione vince spazzando via il tiranno; ma gli anni che seguono il trionfo, seppur meno movimentati, non sono certamente meno densi. Basti considerare che sono stati calcolati più di 630 attentati ai danni di Fidel Castro organizzati dalla CIA.

In effetti, quella degli USA contro Cuba e il suo capo, può considerarsi una vera e propria guerra, sotterranea e silenziosa, combattuta a colpi di embargo e crisi diplomatiche, che sono sfociate nei famosi fatti dello sbarco nella Baia dei porci e nella crisi dei Missili che contrappose l’URSS di Krusciov all’America di Kennedy.

È una vita da film quella di Castro, ed è un bellissimo film quello che ha messo in piedi Reinhard Kleist, chiuso da una piccola terza parte più amara e crepuscolare sulla Cuba di oggi, e incorniciato da un prologo e un epilogo intensissimi. Un film nel quale il protagonista è un immaginario giornalista tedesco che sposa la causa rivoluzionaria, nonché una delle stesse militanti, aggrappandosi agli ideali di libertà e uguaglianza in modo totale e astratto, senza cedere anche quando vengono incrinati.

Il personaggio di Karl Mortens, incarnando la figura dell’uomo comune, permette a Kleist di staccarsi spesso e volentieri dalla figura di Castro per raccontare il resto di Cuba: quel popolo tanto caro al Comandante. Come a sottolineare il legame dell’uomo con la patria, l’autore non si limita ad una biografia, ma allarga l’obiettivo all’intera vicenda di una terra burrascosa.

Inevitabilmente, la narrazione risulta sfilacciata ed episodica, con una sceneggiatura che si piega alla necessità di divulgazione dell’evento storico. Kleist dà grande prova di capacità di sintesi e chiarezza, ma la piacevolezza di lettura viene penalizzata dalla rapidissima successione dei fatti, costringendolo all’uso di dialoghi piuttosto didascalici. Artisticamente, l’autore riconferma la sua ottima forma. Abbandonati i suggestivi acquerelli del suo precedente lavoro su Cuba, Kleist si adopera qui in un contrastato bianco e nero dalle linee veloci e nervose.

Si destreggia ottimamente fra le varie tipologie di scene richieste dal racconto, spaziando fra quelle di massa, le confuse sparatorie, i rigogliosi scorci nella foresta, gli angusti vicoli de l’Havana e gli ombrosi interni delle case dei cospiratori. Ha la sua forza nello storytelling e nell’elevata espressività del suo tratto, in cui, per alcuni accenni, pare di rivedere lo stile morbido e sinuoso del Will Eisner del periodo dei graphic novel. Per la maggior parte del tempo, Kleist si affida ad una variegata gabbia di vignette, con l’eccezione di passaggi dove si diverte a mostrare Castro in vignette senza bordi. Come una forza della natura che non può essere imprigionata.

A dire il vero, viene da chiedersi se l’autore non sia entrato in contatto tanto a fondo e tanto a lungo con la leggenda di Castro, da non essersi lasciato un po’ sedurre, fino al punto di diventare in qualche misura indulgente con lui, se è vero che al termine della lettura ci si ritrova inevitabilmente in empatia con la sua figura. E dire che Habana – Un viaggio a Cuba, indispensabile progenitore di questo volume, lasciava una sensazione diversa.

Durante il suo viaggio semi-turistico per le vie della capitale, Kleist, colpito sì dalle bellezze del posto, ma anche e soprattutto dalle difficoltà di riuscire a sostenere una vita “libera” sul modello occidentale, sembrava puntare il dito contro le deviazioni degli ideali rivoluzionari. Forse un falso mito, forse un fallimento. Conoscendo invece la vita e le opere di Fidel e Raùl Castro, Kleist pare invece essersi reso conto di quanto la loro battaglia sia stata invece difficile, complessa, e meritoria. Non per nulla, viene fatto più volte riferimento al Don Chisciotte di Cervantes, l’antieroe che proverbialmente combatte contro i mulini a vento.

Probabilmente non tutte le colpe attribuite a Castro sono sua diretta responsabilità, e Kleist, da europeo, può anche permettersi di riconoscere il grande peso dell’America fra le storture di questo Paese.

Un Paese in costante cambiamento ed evoluzione, basti pensare al recente cambio di rotta nei confronti degli omosessuali (tematica che sta naturalmente molto a cuore a Kleist, tanto da inserire nella storia un personaggio, Juan, simbolo delle discriminazioni subite). Un paese che ora che Castro è vecchio e malato, è più incerto che mai sul futuro che lo attende. Un paese che forse sta scoprendo che la rivoluzione e la libertà erano soltanto un’utopia.

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