La legge del cinema è piuttosto spietata, al punto che un’opera come Rocketman, entrata in produzione anni prima di Bohemian Rhapsody e molto più intellettualmente onesta sotto ogni aspetto, nella cultura di massa finirà inevitabilmente per essere visto come figlia del successo del film precedente, arrivato prima e quindi per forza di cose considerato l’apripista di questo genere – il biopic musicale – tornato alla ribalta da un giorno all’altro.

La verità è che Elton John batte i Queen – anzi Freddy Mercury – almeno 3 a 0, a cominciare dalle protesti dentali (molto meno invadente quella di Taron Egerton rispetto a quella orribile di Rami Malek), passando per i costumi (vero e proprio punto di forza di Rocketman, esprimono tutto quello che c’è da esprimere e offrono un compendio molto suggestivo alla già suggestiva prova di Egerton) e arrivando all’uso dei brani (qui, usati in stile musical, servono nel 90% dei casi da schietto commento a ciò che la scena ci sta mostrando: ciò che i personaggi non riescono ad esprimere a parole, lo dicono cantando e ballando).

Tasto dolente ancora una volta Dexter Fletcher, che se in Bohemian Rhapsody poteva quanto meno spartirsi le colpe con Bryan Singer – e con la Fox, e con gli altri centomila problemi che avevano causato la debacle artistica di quel film, sanata per lo meno dalla disarmante vittoria commerciale), qui fa tutto da solo e dimostra un’apatia ingiustificabile per un progetto al quale era evidentemente molto legato (essendoselo scelto di sua sponte;   per il film sui Queen era stato reclutato). Fletcher riesce a filmare ogni stacchetto musicale allo stesso modo, che debba suscitare malinconia (I Want Love) o fomento (Crockodile Rock), tristezza (Sorry Seems To Be The Hardest Words) o catarsi (Goodbye Yellow Brick Road), ma rimedia in qualche modo grazie alla passione di Egerton e allo spirito da musical del film (non c’è alcuna enfasi nel modo in cui la regia accompagna i numeri musicali, ma per lo meno c’è un buon lavoro a livello coreografico).

La sceneggiatura passa molto tempo a raccontarci di come Elton John sia arrivato al successo e poi abbia rischiato di perderlo piuttosto che dirci come “un ragazzetto paffutello” inglese di nome Reginald Dwight abbia fatto a diventare Elton John, e se tutto procede bene nella prima parte (tutto il film è raccontato molto onestamente in flashback, con Elton che deve fare pace con la sua vita per poterne iniziare una nuova), nella seconda si corre a perdifiato, anche rischiando di creare confusione (e si fa molta confusione ad un certo punto, in una sequenza frettolosissima in cui accadono tantissime cose insieme – litigio con amico, innamoramento, matrimonio, divorzio, litigio con madre e padre adottivo, pace con se stesso, tutto nel giro di due minuti – con sceneggiatura, regia e montaggio che procedono a ritmi diversi).

Ci sono tutti i classicismi del biopic musicale, incluso l’immancabile momento-rivelazione in cui un produttore tronfio boccia senza pensarci due volte quelle canzoni che noi oggi sappiamo invece essere dei classici, e addirittura si cita l’emozione pre-show alla 8 Mile e il sesso spregiudicato in studio di registrazione di The Doors (ma senza quella paura da salto nel vuoto e quell’assenza totale e spregiudicata di pudore che era la forza dei film di due geni del cinema come Curtis Hanson e Oliver Stone), ma è nella stravaganza del suo protagonista che Rocketman riesce a trovare un proprio equilibrio, anche a costo di scambiare per profonda allegoria momenti di kitsch piuttosto sbarazzino, come trasformare Elton/Taron in un razzo al momento della performance del brano titolare.

telegra_promo_mangaforever_2

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui