Il punto nella non saga di John Wick non è mai stato il cercare di spiegare il mondo che Chad Stahelski aveva creato e andava a mettere in scena, quanto usarne la mitologia come veicolo per le incredibili scene d’azione di stampo asiatico: se Matrix, in cui Stahelski faceva da controfigura a Keanu Reeves, nel 1999 aveva portato nel blockbuster occidentale i tratti dei gonfu cantonesi e in generale un po’ tutte le fattezze e i modi di fare dell’action asiatico, il franchise di John Wick fa la stessa cosa, spogliandola dallo sci-fi e inserendola in un contesto da serie b nuda e cruda, girata con classe sopraffina.

Che John Wick 3 – Parabellum non sia il passo in avanti che invece il capolavoro John Wick 2 rappresentò nei confronti del primo John Wick del 2014 la dice lunga su quanto i primi due film abbiano significato per questo specifico tipo di modello hollywoodiano, quello cioè dei budget (relativamente) ridotti prestati a produzioni totalmente originali, che non siano adattamenti o prequel o remake di altro.

Dal punto di vista dell’azione il nuovo film della saga non sposta di una virgola il linguaggio visivo creato dal capitolo del 2017, che era più energico, movimentato, ironico e inventivo sia da un punto di vista coreografico che narrativo – e sottile nel sotto-testo di associare lo stunt-action all’arte: ogni combattimento avveniva in un luogo artistico e anche la scelta dell’equipaggiamento veniva associata all’arte culinaria, alla moda e all’architettura – ma è soprattutto dal punto di vista della trama che John Wick 3 mostra il fianco, a causa non tanto di colpi di scena totalmente insensati ma soprattutto di un secondo atto che gira sempre a vuoto.

Vuole mostrarci, farci vedere cose e dircene di nuove e di continuo, Parabellum, senza però il mistero e il gusto della costruzione di una mitologia che aveva contraddistinto il film precedente. Per la prima volta John Wick – e i personaggi che popolano il suo mondo – si mettono a parlare, a spiegarsi (sono sempre stati film sulle conseguenze e sulla rottura delle regole ed era sempre stato ovvio che lo fossero, ma qui per la prima volta la cosa ci viene esplicitata e neanche troppo finemente, anzi, con una ridondanza quasi patetica); ed è un vero peccato perché quello iniziale e quello finale dentro al Continental (dentro, quando poi si esce fuori mmm) sono due atti splendidamente riusciti.

La specificità che aveva contraddistinto i primi due film, che erano diversissimi fra di loro (il primo un revenge movie vero e proprio, il secondo più metaforico faceva tutt’altro come detto sopra), si respira anche qui, soprattutto nei minuti iniziali, quando il franchise vira al survival puro. Gli stunt con i cani sono impressionanti, quello con i coltelli micidiale e la sequenza in moto che cita un film coreano che vedemmo al Festival di Cannes di un paio di anni fa (The Villaines di Jung Byung-gil) è ottima, così com’è ottima l’azione del finale apertamente ispirata all’ultimo atto di The Killers di John Woo (chiarissima nello stabilire i rapporti di scala fra le forze in gioco, con l’idea geniale delle tute protettive … questo si che è uno spunto degno di un franchise così inventivo!).

Il problema è che l’obiettivo era chiaramente quello di espandere la mitologia del mondo del franchise, ma le novità introdotte rispetto al capitolo precedente sono davvero poche, fatta eccezione per qualche sultano chiacchierone e delle monete nere. Tornano i pegni, si va a Casablanca (incredibile come, quando un film dal suo habitat naturale si sposta a Casablanca, sembra sempre andare a finire nel territorio cinematografico di Michael Curtiz), c’è Halle Berry (per circa venti minuti, nonostante la serialità stia insegnando al cinema che c’è bisogno di una costruzione più longeva per far affezionare il pubblico ai drammi di un personaggio), c’è una versione bielorussa della Stanza Rossa della Vedova Nera dei Marvel Studios, ma c’è questa propensione estenuante allo spiegone che fiacca davvero troppo il ritmo.

Le sequenze action, per quanto nella norma per gli standard asiatici, rimangono comunque fuori scala per il cinema occidentale.

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