Il film di Steven Spielberg festeggia oggi il ventesimo anniversario.

La storia del cinema è attraversata da una sottile linea rossa (ogni riferimento al film di Malick è puramente cercato) che divide letteralmente il genere bellico in due categorie: prima di Salvate il Soldato Ryan e dopo Salvate il Soldato Ryan; e se vi sembra che l’utilizzo delle due locuzioni rimandi ad una matrice un tantino cristologica, allora siete sulla buona strada per capire l’importanza del film di Steven Spileberg.

Venti anni fa, il Dio del Cinema ci ha benedetto con un’opera monumentale che cambiò per sempre le regole del gioco: gli stilemi cinematografici del war-movie (e di come realizzare le scene di battaglia nei war-movie) nata durante l’era prima Salvate il Soldato Ryan furono interamente riviste e profondamente riscritte in previsione del millennio entrante. Nessuna battaglia era mai stata filmata con tale ferocia, con tale realismo, nel corso del secolo di cinema prima Salvate il Soldato Ryan, e tutti i film usciti nell’epoca moderna, nel dopo Salvate il Soldato Ryan (che stiamo vivendo ancora oggi) hanno dovuto misurarsi con quell’enormità, con quel tipo di scala, con quel livello di dettaglio così coinvolgente e così drammatico. Anche così sorprendente, se vogliamo, quasi inaspettato dall’uomo che aveva diretto Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, E.T., Indiana Jones Jurassic Park.

Il film racchiude nei suoi 169 minuti tutta la magia del cinema e l’estro del grande autore: raccontare una storia semplice (durante la Seconda Guerra Mondiale, per questioni politiche e propagandistiche, un plotone dell’esercito statunitense viene incaricato di rintracciare e salvare l’ultimo superstite dei quattro fratelli Ryan) con tecniche di ripresa inventive e originali.

Se nel corso dell’avventura, che li porterà ad attraversare il devastato paesaggio francese del 1944, i soldati protagonisti (guidati da Tom Hanks) saranno spinti ad interrogarsi sul valore della vita e sul senso della guerra (e la relazione fra due realtà così idiosincratiche, legate a doppio filo dal quesito filosofico/etico “è giusto rischiare la vita di molti per salvare quella di un solo uomo?”) il film serve soprattutto a Spielberg per sperimentare nuove forme di realismo cinematografico: la scena d’apertura dello Sbarco in Normandia, considerata una delle migliori di tutti i tempi, utilizza un’approccio quasi documentaristico per trasportarci al centro dell’azione, per farci sentire il fischio dei proiettili e lo sciabordio della marea al momento dell’attracco, per far risaltare il rumore delle bombe e il puzzo del sangue.

L’idea di Spielberg fu quella di collocare la cinepresa sulle spalle del direttore della fotografia Janusz Kaminski e lanciarlo in mezzo ai soldati, un occhio scrutatore invisibile che zigzagando al centro degli eventi del campo di battaglia diventava il campo di battaglia stessa, permettendo allo spettatore di combattere al fianco dei protagonisti e percepire la guerra come mai prima di allora, anche grazie al montaggio furioso di Michael Kahn, che con la sua ruvida immediatezza ci costringe ad indugiare su dettagli più raccapriccianti dello scontro.

Nel dopo Salvate il Soldato Ryan quella sequenza sarebbe stata rievocata, citata e imitata talmente tante volte da diventare parte intrinseca del linguaggio cinematografico: dal war-movie al fantasy, dal cinema alla televisione (lo scontro fra Jon Snow e Ramsey Bolton ne La Battaglia dei Bastardi viene dal film di Spielberg) tutti hanno bevuto dalla coppa di questo indimenticabile dramma bellico, che non è mai intrattenimento né sensazionalismo ma puro realismo grafico: immagini contrapposte alla narrazione, perché un giovane soldato steso a terra con lo stomaco spappolato e le budella fra le mani che piange e chiama la mamma è capace di comunicare un’intera storia senza l’ausilio di un monologo introduttivo sulla sua vita.

La scena è talmente impressionante, talmente sconvolgente, da essere anche il punto debole del film: quello che viene dopo, non solo in tutto il cinema ma addirittura nello stesso minutaggio dello stesso film, è drasticamente inferiore. In pratica, il Dopo Salvate il Soldato Ryan inizia dopo la prima scena di Salvate il Soldato Ryan, che è fra i massimi raggiungimenti della carriera di Spielberg (forse addirittura il massimo).

Il regista poi sarebbe tornato alla Seconda Guerra Mondiale in diverse occasioni. Band of Brothers (2001), per la televisione, The Pacific (2010), altra mini-serie tv, ma anche in veste di produttore cinematografico per il dittico di Clint Eastwood Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima (che raccontavano lo scontro fra Stati Uniti e Giappone prima dal punto di vista statunitense, poi dal punto di vista giapponese). Eppure neanche lui è stato in grado di replicare quei minuti così sbalorditivi, così avvincenti, così trascinanti. Che, vent’anni dopo, restano insuperati.

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