La stanno portando in un bunker, al quale avrà accesso grazie alla sua unicità biometrica una volta dentro. La porta può essere aperta solo e soltanto da lei, a meno che non abbia un fratello gemello identico … il che sarebbe ridicolo, non pensa?

Penultimo episodio del dramma spirituale targato HBO e firmato Damon Lindelof, The Most Powerful Man in the World (And His Identical Twin Brother) non è soltanto il miglior episodio di The Leftovers, ma rappresenta anche i migliori 60 minuti mai prodotti per il piccolo schermo.

Ho visto tante, tantissime serie tv nella mia vita, e dei generi più disparati; ma non ho mai visto un episodio così denso, così inventivo, così sofisticato nei suoi simbolismi, che riuscisse anche a sviluppare la trama principale verso il futuro (l’ultimo episodio) e contemporaneamente voltarsi con la più assoluta nonchalance per salutare con nostalgico rispetto il passato (tutti gli episodi precedenti).

Ad onor del vero, avendo a disposizione solo otto episodi rispetto ai dieci delle precedenti due stagioni, Lindelof si è dato un gran daffare per permettere alla trama di procedere sempre in avanti, senza stalli ma senza neppure rinunciare agli episodi-digressioni che sono un marchio di fabbrica di The Leftovers. Lo abbiamo visto con Don’t Be Ridiculous, con Crazy Whitefella Thinking, con It’s a Matt, Matt, Matt, Matt World (al quale questo settimo episodio è direttamente collegato: il titolo, infatti, viene da due affermazioni di David Burton, l’uomo che crede di essere Dio): a differenza delle precedenti due stagioni gli episodi-digressione in The Leftovers 3 non sono mai stati a se stanti, ma fungevano da forza motrice per la puntata successiva.

E la differenza con Assassino Internazionale, l’episodio che in The Leftovers 2 apriva quel cerchio che The Most Powerful Man in the World va a chiudere, è che qui Lindelof non si prende sessanta minuti per raccontarci il mondo dell’aldilà: qui lo showrunner alterna in più di un’occasione il mondo reale a quello al di là dello specchio, perché il sipario sta calando e non c’è tempo da perdere; come dirà un personaggio nell’arco di questi sublimi sessanta minuti, “Il finale è la parte migliore”.

Il mondo sta finendo, la Grande Alluvione è alle porte e Kevin deve morire e trovare Christopher Sunday nell’aldilà. Lo sciamano defunto è infatti l’unico al mondo a conoscere la canzone con la quale Kevin sr. potrà fermare le piogge e salvare il mondo. Ma la morte è una questione intima, personale, nella quale ci si ritrova a tirare le somme della propria vita in un definitivo faccia a faccia con se stessi.

Il flashback iniziale, che mostra Kevin e Nora ai tempi d’oro, non viene utilizzato dal regista Craig Zobel come splendida transizione al presente, ma serve soprattutto a ricordarci che questa, in fin dei conti, è una storia d’amore. O meglio, una storia su quanto la potenza dell’amore possa essere vitale per superare ogni difficoltà.

Giunto in questo aldilà barra dimensione alternativa distopica (Lindelof e il suo collaboratore Nick Cuse ne sanno qualcosa di dimensioni alternative), Kevin Garvey torna ad essere Kevin Harvey, l’assassino internazionale che abbiamo già conosciuto. Questa volta dovrà uccidere il Presidente degli Stati Uniti, che è pronto a scatenare la terza guerra mondiale bombardando con missili nucleari la Russia, causando così la fine del mondo proprio nel settimo anniversario dell’Improvvisa Dipartita. L’unico problema è che il Presidente degli Stati Uniti è il suo fratello gemello identico, nei panni del quale Kevin si ritroverà ogni volta che – volontariamente o meno – guarderà il suo riflesso in un vetro.

In The More Powerful Man in the World (And His Identical Twin Brother) – quanto è bello il titolo – non c’è soltanto una sceneggiatura superba, che sgancia easter egg a ripetizione e fornisce dialoghi equivoci aperti a più interpretazioni (“Buongiorno Malbourne, questa non è la prima volta che vengo dall’altra parte del mondo, e ogni volta mi è più difficile andarmene”), non vanta solo un montaggio superlativo (fatto di frammenti di scene passate che seguono le note delle composizioni di Verdi, colonna sonora ufficiale dell’aldilà) ma affronta anche una sconfinata quantità di tematiche.

Il tema del doppio, chiaramente, del dio Giano che guarda contemporaneamente al passato (Kevin Garvey l’assassino, che rappresenta la staticità emotiva) e al futuro (Kevin Garvey il Presidente, che rappresenta il cambiamento), del male contro il bene (l’assassino veste di nero, il presidente veste di bianco), non un male e un bene universali, ma introspettivi, personali, intimi.

La sfida per la salvezza del mondo fra i due gemelli diventa la sfida per la distruzione di un universo, quello interiore di Kevin Garvey,  che si ritrova faccia a faccia con la più assoluta delle verità: e cioè che lui è un codardo, una persona emotivamente distrutta che ha distrutto due relazioni e che adesso, finalmente, ha iniziato a pentirsene. Nell’atto di sacrificarsi decide coscientemente di distruggere la sua vecchia indole, ed impegnarsi una volta per tutte a cambiare, ad iniziare una nuova vita (Giano è anche il dio degli inizi).

Le atmosfere da commedia (molto marcate in questa terza stagione) qui vengono esaltate da battute esilaranti, e fanno da contraltare a sequenze davvero disturbanti (il vomito d’acqua, il lungo squartamento auto-inflitto) e la puntata riesce ad arrivare dritta al cuore (scusate la battuta) dell’intera serie, afferrandone con entrambe le mani (un’altra battuta) il suo significato più puro: qualunque sia la tragedia, qualunque sia il lutto, bisogna convincersi ad andare avanti.

Inoltre, ci sono tantissimi guizzi narrativi: Kevin sr. che uccide suo figlio è Dio che manda Gesù a morire per la salvezza dell’umanità (ma ora Kevin sr. dovrà presumibilmente fare i conti col fatto che, pur di assecondare la sua falsa convinzione, ha effettivamente annegato il suo unico figlio); David che parla nell’orecchio di Kevin tramite auricolare è la voce di Dio, con la quale Kevin (non credente) litiga spesso e volentieri; il “Non sono ancora pronto a scendere” nell’ultima scena rimanda al prologo della stagione, con la donna in bianco che passava le sue notti sul tetto di casa in attesa di una risposta; nell’altro mondo merita di essere segnalata l’assenza di Laurie, Nora e Matt; l’utilizzo della colonna sonora della prima stagione nei titoli di testa.

The Most Powerful Man in the World (And His Identical Twin Brother) è la quintessenza di The Leftovers, e il primo episodio che ci tornerà in mente quando, fra qualche anno, ripenseremo con nostalgia a questa brillante perla prodotta da HBO.

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