Marvel’s DAREDEVIL STAGIONE 2 Netflix: Recensione NO SPOILER

Pubblicato il 19 Marzo 2016 alle 15:09

Ancora più brutale. Ancora più profondo. Ancora più perfetto.

Con Wilson Fisk dietro le sbarre, c’è un vuoto di potere a Hell’s Kitchen.

Nuove gang e famiglie criminali si stanno scannando fra loro per il controllo di ogni angolo di strada, di ogni avenue, senza esclusione di colpi, senza pietà. Irlandesi, bikers, il Cartello … Tutti vogliono quello che apparteneva a Kingpin.

Ma qualcuno sta mettendo loro i bastoni fra le ruote. E quel qualcuno non è Matt Murdock …

La tagline ufficiale di questa seconda incarnazione del serial televisivo osannato da critica e pubblico è “Hell’s Kitchen sta per esplodere”. Ebbene, stando a quanto abbiamo potuto vedere nei nuovi 13 episodi della serie, mai tagline fu più azzeccata.

C’è un nuovo eroe in città, ed è molto, molto cattivo.

Il Punitore di Jon Bernthal è un grandioso one-man-army, che grazie alla performance più che convincente dell’attore americano diventa il mero simbolismo, paradossalmente, del lato oscuro del bene.

Si, avete letto bene: perché il Punitore ci dimostra che anche le buone azioni hanno un lato oscuro.

E’ un uomo nero che si nasconde nei vicoli, un uomo nero armato con un grosso e temibile fucile, e che non dà la caccia ai bambini ma ai criminali: ogni sua azione ci affascina ma al tempo stesso ci spinge a temerlo, e la sua crociata spaccherà in due l’opinione pubblica americana.

Non solo. Spaccherà in due anche le convinzioni di Matt, che dopo averlo assicurato alla giustizia come Devil tornerà in campo nei panni di avvocato per cercherà di salvarlo dalla pena di morte.

Non è sbagliato affermare che il Punitore è stato in grado di rubare lo show al suo protagonista nonostante il Matt Murdock di Cox sia perfetto: questo dovrebbe darvi un’idea di quanto sia riuscito il Frank Castle di Bernthal. Dove presente, Bernthal domina la scena, infiamma lo schermo, passando da azioni sanguinarie di una violenza estrema (il combattimento in carcere? brrr) a monologhi di una drammaticità strappalacrime.

Il Punitore ci dimostra – e vuole dimostrare a Devil, dichiarando quanto lui lo abbia ispirato – che la linea fra bene e male è sottilissima, e dal suo punto di vista è il Diavolo di Hell’s Kitchen ad essere in errore: che senso ha combattere i criminali e spedirli in galera se un mese dopo sono già a piede libero? E la sua filosofia è appoggiata da moltissimi newyorkesi, pronti a sostenerlo pubblicamente durante il processo.

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E’ un tema etico/morale molto delicato e articolato e filosoficamente complesso, quello proposto dalla sceneggiatura: la giustizia è giusta perché emessa dallo Stato (che sta più in alto degli uomini) o per essere giusta dovrebbe essere emessa dagli uomini stessi? Perché, purtroppo, non sempre lo Stato è al servizio di quegli uomini.

E molte volte, durante i 13 episodi di questa seconda stagione, siamo costretti, tirati per i capelli, a entrare nella testa di Frank Castle e guardare le cose dal suo punto di vista, dimenticandoci per un momento il nostro e smettendola di giudicare. Noi, come pubblico, siamo la giuria, e il Punitore è l’imputato, ma sono gli stessi Nelson&Murdock a chiederci di riflettere su una cosa: cosa faremmo noi se avessimo passato ciò che ha passato Frank?

Il monologo alla fine dell’episodio 4 di Frank Castle è davvero struggente. E si, ci spinge a tifare per lui. Non c’è nulla di male nell’ammetterlo.

Parlando invece del triangolo Matt-Karen-Foggy.

L’affiatamento fra i tre attori che abbiamo avuto modo di apprezzare nella prima stagione funziona ancora meravigliosamente e, se possibile, di più. La dinamica del rapporto fra Matt e Foggy ora è cambiata, col personaggio interpretato da Elden Henson preoccupato per l’incolumità del suo migliore amico.

Ed è cambiata anche quella del rapporto fra Matt e Karen, che dalla grande amicizia e rispetto dei primi 13 episodi diventerà quel qualcosa in più che i fan stavano aspettando, culminando nella perfetta scena finale che rimanda ad una inevitabile terza stagione.

Com’è inevitabile che una terza stagione si farà anche per approfondire il personaggio di Elektra: non che il ruolo di Elodie Young qui sia stato messo da parte, anzi; la sua Elektra è molto convincente – il combattimento sul ring con Matt, nel flashback, fa pensare ai preliminari di un rapporto intimo, sessuale e violento, e non a caso vede il suo culmine nell’atto romantico – ma il suo fato per forza di cose è rimandato ai prossimi episodi.

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Sempre a proposito di Elektra è giusto notare quanto approfondisca il discorso già affrontato da Frank, e quanto sia il suo contraltare: che cos’è il Bene? ed è davvero così efficace come Matt si ostina a credere?

Elektra è combattuta fra Bene e Male tanto quanto Frank Castle è votato alla sua causa: lui sa cosa deve fare e perché, mentre lei oscilla continuamente fra la sua vera natura (viziata, crudele, violenta) alla sua altra natura, quella che Matt vorrebbe che abbracciasse, e quella che lei vorrebbe abbracciare per amore di Matt.

C’è un punto in cui Matt Murdock viene accusato di essere “troppo buono”. Capite? Questo è il mondo di Daredevil: la sua oscurità è talmente ingombrante che l’eroe protagonista è inefficace perché si ostina ad essere buono. E’ paradossale, si, ma incredibilmente potente e affascinante.

Sono anche sorprendentemente sorpreso dall’evoluzione del personaggio di Karen Page. Per quanto inizi a discostarsi dalla controparte fumettistica per andare a colmare quell’immenso spazio vuoto lasciato dalla scioccante e inaspettata morte di un personaggio storico come Ben Urich, nella prima stagione, risulta sempre credibile, grazie al fantastico lavoro di Deborah Ann Woll e degli sceneggiatori.

Oh cielo (per dirla alla C-3PO): per amore di questi personaggi mi sono dilungato troppo nel parlarvi della loro caratterizzazione dimenticandomi di analizzare la qualità tecnica dello show.

Oh, beh, immagino che servano a questo le seconde pagine.

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