Dopo l’atipico Basketful of Heads, Joe Hill (figlio di Stephen King) sceglie un topos narrativo dell’horror ben conosciuto, la casa delle bambole, per The Dollhouse Family il secondo volume della sua nuova collana “per adulti” Hill House Comics della DC (in Italia edita da Panini DC Italia). Cosa aspettarsi da questo secondo appuntamento? Vediamolo insieme.

The Dollhouse Family, tra classico e novità

In The Dollhouse Family tutto ha inizio da due avventurieri in un passato recondito. Ops, no, non è vero. Tutto ha inizio con la piccola Alice che riceve un’eredità anomala e inaspettata per il compleanno, una (apparentemente) bellissima casa delle bambole da una prozia che la madre non sapeva nemmeno di avere. La ragazzina inizia a interagire fin troppo con la casa, e nel mentre la situazione familiare a casa è tutt’altro che rosea: un padre violento e impaziente, e una madre succube… che succederà?

Questa confusione generale narrativa iniziale è voluta perché il trio scelto da Joe Hill per questa seconda avventura horror – Mike Carey, Vince Locke, Peter Gross – viene direttamente dagli anni d’oro della Vertigo e da fumetti come The Unwritten – omaggiando proprio le opere della collana “per adulti” della DC e in parte anche Locke & Key dello stesso Hill.

Troviamo quindi piani narrativi temporali diversi, una misteriosa scogliera con una altrettanto misteriosa grotta, il Male con la M maiuscola, una casa infestata (in questo caso in miniatura) che racchiude un indicibile segreto.

The Dollhouse Family, tra Locke & Key e Hill House

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Da subito quindi sceneggiatori e disegnatori scelgono di raccontare questa storia su due piani temporali diversi, che poi si moltiplicheranno man mano che la storia procede, e sarà compito del lettore mettere insieme i pezzi per venire a capo del grande mistero di fondo. Un po’ detective story quindi, un po’ (molto) horror, un po’ (molto) drama, il racconto mescola atmosfere lovecraftiane e prende ancora una volta il topos narrativo della Casa con la C maiuscola che tutto controlla e tutto può (ad un certo punto qualcuno dei personaggi dirà “La casa non vuole“).

The Dollhouse Family prende anche spunto proprio dalla serie di successo di Netflix chiamata (guarda un po’) Hill House che Mike Flanagan che a sua volta aveva adattato dal romanzo di Shirley Jackson del 1959 L’incubo di Hill House.

In comune non c’è solo la storia della casa che unisce pian piano tutte le epoche (un po’ come aveva fatto anche American Horror Story: Murder House) ma anche una stanza sede di segreti e misteri (quella con la porta rossa nel serial, la “stanza nera” nel fumetto) e il fatto di essere un vero e proprio family drama dai risvolti tragici e inaspettati. Il rapporto fra genitori e figli è ancora una volta centrale nell’horror infatti, così come quello della maternità, poiché ancestrale e sede di un rapporto profondo, viscerale, corporale fin da quando il feto è nella pancia.

The Dollhouse Family si avvale di disegni che alternano immagini che sembrano fotografie dipinte a tratti più sporchi a testimoniare l’orrore della storia che si sta raccontando. Tavole che omaggiano le fantasie più recondite di Lovecraft e la Vertigo degli anni ’90.

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