Una gran bella serie horror da gustare non necessariamente in binge watching per apprezzarla appieno.

Netflix sta per offrire ai suoi abbonati una gran bella sorpresa nel “mese dell’horror” con The Haunting of Hill House, prima serie tv tratta dal romanzo gotico di Shirley Jackson che ha già avuto due adattamenti cinematografici.

Una casa infestata, una famiglia, una morte misteriosa e inconfessabili segreti, tutti elementi tipici del genere qui addobbati di una veste nuova, merito sopratutto di Mike Flanagan, che dopo l’interessante pellicola horror Somnia sui sogni e il più dimenticabile prequel Oujia – L’origine del male (da cui però ritroviamo Elizabeth Reaser), qui fa un gran lavoro di showrunner, sceneggiatore e regista, immergendo completamente lo spettatore nella storia della famiglia Crain e di Hill House.

La trama è strutturata attraverso vari livelli e sistemi narrativi incastonati ad arte fra di loro. Ci sono le puntate tematico-personaggi, come ci ha insegnato Lost, per presentare uno per uno i membri della famiglia Crain e il loro percorso che da Hill House li ha portati a ciò che sono oggi. Ci sono i salti temporali, avanti e indietro, che man mano incastrano vari pezzi della storia e che solo alla fine, ovviamente, acquisteranno tutti un senso compiuto (ma alcuni indizi sono sparsi negli episodi, ad un occhio più attento). C’è il misto di realtà e immaginazione, che gioca continuamente con lo spettatore, proprio a rinsaldare la tematica del sogno. C’è una vera e proprio goduria nella visione delle puntate, grazie alla scrittura mai banale, soprattutto nelle motivazioni dei personaggi, e all’ottimo cast: ognuno degli interpreti, che siano conosciuti o alle prime armi, incarna perfettamente il proprio personaggio e offre delle performance attoriali coinvolgenti, aspetto maggiormente evidente quando si ritrovano a gestire un monologo o un’intera scena sulle proprie spalle. Tanto gli intepreti “adulti” quanto le loro controparti bambine, soprattutto in un prodotto di genere come questo. C’è poi il climax ascendente che pervade l’intera trama ad amalgamare tutta la serie.

In questa versione della storia, Hugh (Timothy Hutton) e Olivia (Carla Gugino), i genitori, sono una coppia felicemente sposata con cinque figli che va ad abitare nella fantomatica Hill House per ristrutturarla e rivenderla in modo da poter comprare la casa dei sogni che sarà la loro dimora definitiva. Quell’estate passata a Hill House si rivela però piena zeppa di intoppi, dovuti sopratutto alla Casa, che continua a riservare sgradite sorprese ai suoi nuovi inquilini… fino a una fatidica notte in cui per la famiglia cambia tutto.

La storia riprende molti anni dopo: i figli sono cresciuti e si sono estraniati dal padre, che non ha mai fornito spiegazioni precise su quanto sia accaduto quella notte alla loro madre, morta suicida. Ora che sono “adulti”, i cinque figli non hanno mai smesso di avere un rapporto quasi morboso con la morte. Steven (Michael Huisman), il primogenito, visita case infestate per documentarsi e scrivere libri, nonostante non abbia mai creduto alla storia soprannaturale di Hill House eppure proprio di questa ha fatto un bestseller che gli ha dato da vivere, a spese della propria famiglia; Shirley (Reaser), la più grande delle ragazze, ha fatto addirittura della morte il proprio lavoro e gestisce con il marito un’agenzia di pompe funebri. Shirley ospita a casa la sorella più piccola, Theodora (Kate Siegel), per tutti semplicemente “Theo”, che fa l’assistente sociale e vede un sacco di bambini rimanere senza genitori com’è accaduto a loro, cresciuti dalla zia Janet dopo che il padre finì sotto inchiesta. Theo porta costantemente dei guanti, perché fissata con l’igiene. Infine ci sono i gemelli, i “piccoli” di casa, i più fragili e con un rapporto simbiotico anche quando sono lontani: Nell (Victoria Pedretti) è apparentemente terrorizzata dalla vita, Luke (Oliver Jackson-Cohen) entra e esce dalla riabilitazione per abuso di droghe. Ma forse la verità per ognuno di loro è un’altra.

Sono affascinanti gli eventi sospetti che circondano e abitano la casa: non banalmente solo presenze, ma il fatto per esempio che i coniugi custodi, i Dudley, non restino mai nella Casa oltre il tramonto o prima dell’alba, il fatto che si sentano cani abbaiare tutta la notte ma non ci siano animali in tutta la proprietà, il fatto che faccia costantemente freddo in piena estate, il fatto che ci sia una stanza a cui non si può accedere perché nessuno sembra sapere dov’è la chiave. Coinvolgente è anche l’evoluzione dei cinque fratelli nel corso dei dieci episodi, e il loro combattere costantemente fra rinnegare e accettare un elemento soprannaturale che faccia parte, dai tempi di Hill House, delle loro vite. Questo telefilm riesce anche a creare una marea di elementi subito identificativi dei Crain, quasi fossimo in un family drama classico, per far sentire lo spettatore “a casa”, anche se nessuno probabilmente vorrebbe mai abitare a Hill House.

Nessuna perversione però rispetto alla Murder House di Ryan Murphy in American Horror Story, piuttosto Flanagan sembra aver preso il meglio dell’eredità di ciò che ha fatto James Wan nella saga di The Conjuring con il tema della maternità, e aver approfondito grazie alla matrice seriale ciò che aveva solamente accennato in Oujia sciorinando tutti i risvolti dell’essere madre tanto quanto quelli dell’essere figli.

The Haunting of Hill House è un horror che non punta al sensazionalismo (eppure non mancano i momenti da brivido) ma che si prende il tempo di raccontare ciò che deve raccontare. Il tempo di far provare allo spettatore l’ebbrezza del cliffhanger che, anche se vedrà subito l’episodio dopo, non è detto che riprenda da dove lo aveva lasciato nella puntata precedente. E’ proprio questa la sua forza: essere fortemente serializzata, non essere autoriale nel senso più cinematografico del termine.

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