A dispetto di chi la voleva sopita dopo il lancio, l’etichetta Audace della Sergio Bonelli Editore continua a macinare titoli estremamente apprezzabili muovendosi sempre a cavallo di una tradizioni da rileggere e una innovazione in cui a fare da sponda sono altri modi di narrare legati al fumetto ma non solo.

In questa ultima categoria rientra senza ombra di dubbio questo Zardo firmato dal grande Tiziano Sclavi e disegnato da Emiliano Mammucari. Non si tratta in realtà di un progetto completamente originale bensì di una versione a fumetti di una storia che è già uscita in due diverse declinazioni ovvero come romanzo nel 1992 – intitolato Nero. – e come film con il medesimo titolo – diretto da Giancarlo Soldi con Sergio Castellitto, Chiara Caselli, Luis Molteni e Hugo Pratt – in una operazione che oggi, a posteriori, definiremmo transmediale.

Francesca Mai ha deciso di lasciare il suo uomo… ha già un altro amante. Federico, questo il suo nome, si lascia però subito convincere a ritornare a casa del suo rivale per un capriccio di lei, aveva dimenticato una costosa crema anticellulite, trovando una scena raccapricciante: l’uomo è morto con la gola tagliata.

Federico un po’ preso dal panico, un po’ convinto che Francesca possa lasciarlo decide di far sparire il cadavere del sig. Zardo, così recita la targhetta sul citofono, dando il via ad una serie di eventi surreali che comprendono il ricatto di un ambiguo investigatore privato, dubbi sulla stessa Francesca e sul suo passato, sesso e una pila di cadaveri.

Alla fine rimarrà solo una domanda: chi è Zardo?

Tiziano Sclavi è riconosciuto come uno dei migliori sceneggiatori italiani e questo Zardo lo conferma in pieno grazie ad una maestria impareggiabile in termini di ritmo e svolgimento del plot.

Alla base del racconto vi è la passione – il più classico dei moventi – e poi un murder mystery atipico che, volendo tracciare una ideale linea di congiunzione più accessibile ai più, ricorda certi pellicole ottantiane fra Brian De Palma e i Lamberto Bava e Dario Argento meno cruenti.

Ci sono tutti gli elementi tipici della scrittura di Sclavi dallo straniamento al grottesco passando per il morboso in una formula “inedita” il cui climax è sicuramente la parte centrale del racconto in cui in più di un frangente lo scrittore gioca con gli indizi che ha disseminato facendo dubitare il lettore che quella che sta leggendo venga narrato dal punto di vista corretto in triangolo in cui Zardo, Federico e Francesca mescolano i loro ruoli in maniera imprevedibili sollevando più di un dubbio sul finale aperto.

Prova maiuscola di Emiliano Mammucari alle matite che, al netto di rappresentare l’altissimo standard qualitativo di una certa produzione bonelliana maggiormente votata al futuro come le proposte dell’etichetta Audace, rilegge in chiave molto personale la sceneggiatura di Sclavi con un risultato estremamente coinvolgente.

Se infatti il tratto del disegnatore è ormai riconoscibile – fra precisione e attenzione ai dettagli e un realismo molto attento all’espressività – è nella costruzione della tavola che risiede il punto di forza di questo lavoro. Ecco che quindi il tratto sposa certe soluzioni della linea chiara franco-belga, al netto delle sue influenze tutte italiane, in una tavola che invece rompe la composizione bonelliana più tradizionale e abbraccia quella francese più articolata e ricca di riquadri riuscendo così a trasporre il ritmo concitato degli avvenimenti e non permettendo al lettore nessuna distrazione.

Ineccepibile la cura carto-tecnica del volume targato Sergio Bonelli Editore in cui è d’uopo segnalare la presenza di alcune pagine della sceneggiatura originale di Tiziano Sclavi, documenti preziosissimi, oltre che la stringata ma essenziale introduzione firmata dallo stesso Sclavi e la post-fazione di Emiliano Mammucari.

Se i lettori di Dylan Dog troveranno in Zardo un rifugio sicuro, gli altri lettori troveranno una storia tesa e vibrante come si ne leggono poche sugli scaffali. Caldamente consigliato.

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