E’ il canonico film rischioso e privo di scrupoli prodotto dopo un grandissimo successo internazionale questo Midsommar – Il Villaggio dei Dannati, seconda regia di Ari Aster che torna a meno di un anno dallo straordinario Hereditary: di fronte ad un horror divisorio, senza compromessi e bellissimo come quello con Toni Collette sarebbe stato lecito anche giocare sicuri, e invece Aster dimostra una maturità incredibile e soprattutto un’innata consapevolezza nei propri mezzi realizzando un’opera ancora più estrema, che potrebbe risultare perfino più straniante di quella del 2018.

Midsommar – che con grande classe omaggia il cult misconosciuto The Wicker Man di Robin Hardy, uscito nel 1973 e spesso dimenticato dalle classifiche dei migliori horror del secolo scorso nonostante sia stato il primo incentrato sulle paure folkloristiche – ha l’ambizione di gettarsi su strade inesplorate e cercare il perturbante, si prende lunghe pause per divagare ben conscio della meta da raggiungere, dilata i tempi (siamo intorno alle due ore e mezza!), si prende ogni libertà possibile a livello ritmico e a livello visivo allo scopo di estenuare lo spettatore, di confonderlo, di stregarlo.

Dalla decostruzione della famiglia vista in Hereditary si passa a quella dei rapporti di coppia e di amicizia, c’è ancora un lutto terribile e ci sono nuovamente personaggi che sembrano principali che in teoria dovrebbero andare lungo dei binari ma che poi in pratica si incanalano verso percorsi totalmente inediti, tornano le malformazioni fisiche (a questo punto una vera fissa del regista) e le grandi e raffinate citazioni ai celebri horror del passato (c’è un momento bellissimo con maschere di pelle umana che sa un po’ di Halloween e un po’ di Non Aprite Quella Porta), ma soprattuto c’è la voglia di ricercare l’horror non tanto all’esterno (peculiare la scelta di ambientare tutto il film alla luce del sole rifuggendo scientemente e totalmente il buio, per antonomasia il luogo in cui si annida la malvagità) quanto all’interno, dove per interno si intende l’intimo più profondo delle personalità di personaggi scritti magistralmente.

E’ un virtuoso della camera Ari Aster e non lo nasconde, quando può anzi ce lo ricorda con ghirigori barocchi ben evidenti ma altrettanto evidentemente mai fini a se stessi: tutto l’impianto filmico è pensato per mettere in difficoltà i protagonisti e gli spettatori, calandoli nei panni dei personaggi e quindi nel film. Se non fosse che sono state firmate entrambe da Aster si potrebbe pensare che sceneggiatura e regia appartengano a due persone diverse dato che non sono mai d’accordo su che direzione intraprendere: una cerca l’orrore mentre l’altra non lo rappresenta quasi mai, limitandosi a farlo trasparire sotto una patina di serafica serenità; lo stratagemma restituisce alla perfezione il comportamento gioioso della comunità al centro della storia, tutta sorrisi e buone maniere e fiori e raggi di sole, e per questo palesemente straniante.

C’è qualcosa di marcio in Svezia (ricostruita benissimo in Ungheria) e Ari Aster lo sa, la tensione sale in maniera delicata, senza fretta, preferisce insinuarsi in bella vista piuttosto che comparire alle spalle e in questo modo sembra doppiamente inesorabile: in questo film, perfetto contraltare lucente all’oscurissimo Hereditary, ci si vuole smarcare dai meccanismi dell’horror per arrivare alle stesse soluzioni, ma lungo sentieri mai battuti prima. E’ cinico e nichilista e vuole abbatte ogni ipocrisia sull’amore e sull’amicizia, ideali ridotti rispettivamente a zavorra della quale liberarsi e spietata lotta da branco per la supremazia, e la cosa più terrificante è che ci riesce.

Il prologo e il finale sono perfetti: in mezzo c’è uno dei migliori e più originali horror degli ultimi anni, che qualora non dovesse stizzirvi vi ammalierà senza riserve.

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