Con Ma, la nuova proposta estiva per la Blumhouse dopo la recente produzione di Rapina a Stoccolma, davvero non si capisce quale sia il punto.

Sembra che quella diretta da Tate Taylor voglia essere un’opera iconoclasta concepita per prendere svariati filoni cinematografici come fossero bottiglie di alcolici diversi al supermercato, fare un assaggio ora di questo ora di quello, mescolarli a piacimento in un unico bicchiere (da 100 minuti) e poi servire, senza però assicurarsi preventivamente del risultato finale: qualora foste di bocca buona, potreste storcere il naso e sollevare le sopracciglia e magari spingervi perfino a chiedere indietro i soldi.

La sceneggiatura scritta da Taylor e Scotty Landes a partire da un soggetto del secondo, vuole abbracciare tutto, dal cinema di John Hughes – espressamente citato – allo studio psicologico di un personaggio singolo tipico di un certo cinema indipendente anni ’70, dal thriller psicologico a Carrie di Brian De Palma passando per lo slasher e Misery Non Deve Morire, facendo (fin troppo) affidamento su un concept particolarmente felice che guarda al sotto-genere home-invasion ma con un guizzo che quasi si potrebbe definire geniale (se non fosse così sprecato) lo ribalta: come con la storia di Maometto e la Montagna, non è l’assassino (in questo caso assassina) che si infila nella casa dei protagonisti, sono i protagonisti che vanno a far visita all’assassina.

E non lo fanno per una spacconata adolescenziale come in Man in the Dark di Fede Alvarez, lo fanno perché circuiti da Sue Ann, in arte Ma, una donna solitaria che un giorno viene fermata da Maggie, adolescente da poco arrivata in città e desiderosa di farsi accettare dal suo gruppo di nuovi amici: per farlo deve riuscire a procurarsi degli alcolici, e l’idea, essendo minorenne, è quella di chiedere a Sue Ann di farlo per lei.

La donna non solo accetta, ma addirittura offre ai ragazzi la possibilità di organizzare delle feste nella sua cantina, così da evitare di bere e mettersi alla guida; ci sono alcune regole da seguire, ma per il resto possono fare come fossero a casa loro.

Naturalmente che ci sia sotto qualcosa che va ben oltre un’ospitalità particolarmente espansiva è chiaro fin dalla prima inquadratura, Taylor dimostra la delicatezza di un pachiderma nel dover gestire la scena dell’incontro fra Ma e i ragazzi protagonisti, e a poco serviranno i flashback calibrati col contagocce per rivelare gradualmente antefatti circa l’adolescenza di Sue, perché ad Octavia Spencer – che grazie a Taylor aveva vinto l’Oscar in The Help – basta uno sguardo insieme ad un’inquadratura in dettaglio per svelare tutte le carte nascoste.

Il regista, che pure aveva fatto un discreto lavoro col thriller mystery in La Ragazza del Treno, dimostra di non saper tenere insieme tempi e ritmi dell’horror diluendo fin troppo la narrazione, probabilmente neanche troppo aiutato da una sceneggiatura indecisa che va un po’ di qua e un po’ di là ma mai dritta al punto. E quando finalmente a quel punto ci arriva lo fa con la convinzione di aver preparato il terreno per un colpo di scena, quando invece è tremendamente in ritardo e chi guarda lo stava già aspettando a braccia conserte.

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