Dopo Lo Sconosciuto – la nostra recensione QUIMondadori Oscar Ink propone in formato absolute un’altra importante opera di Magnus: I Briganti.

Parlare de I Briganti significa parlare dell’opera che ha accompagnato Magnus praticamente per tutta la seconda parte della sua carriera, quella post-Alan Ford, in una gestazione e realizzazione travagliata, complessa, fortemente influenzate dalle suggestioni personali dell’autore bolognese e da una vita editoriale tutt’altro che lineare.

I Briganti è ispirato all’omonimo romanzo della tradizione popolare cinese del XV secolo che, come facilmente intuibile, ha come protagonisti militari che sfuggono alle pene ingiuste dovute alla corruzione del potere centrale e si rifugiano nelle paludi del Liang-shan.

Fortemente colpito da questo romanzo, uscito in Italia nel 1956 in versione non integrale, Magnus inizia il suo personalissimo adattamento a fumetti le cui prime tavole risalgono agli inizi degli anni ’70 e a cui l’autore lavora ad intermittenza nelle pause di altre opere fra cui Lo Sconosciuto e La Compagnia della Forca.

La prima edizione dei primi due cicli di storie vedono la luce solo alla fine degli anni ’70 e passeranno circa 10 anni prima che altri due cicli vengano pubblicati fino all’interruzione sancita dallo stesso Magnus nel 1990 che aveva previsto altri due cicli finali ma che non vedranno mai luce frenati dal lavoro sul mitico texone La Valle del Terrore e dalla prematura scomparsa dello stesso autore.

Essendo ben consapevole di non poter adattare in maniera fedele usi e costumi della Cina del XV secolo, Magnus ne rovescia la prospettiva estetica e recupera il suo amore per la fantascienza pulp del Flash Gordon di Alex Raymond e intesse un mondo medievale steampunk in cui cavalli e astronavi convivono, giubbe e sciabole trovano posto al fianco di magia e lance laser.

La fortunata scelta, che separa I Briganti da altre opere a lei contemporanee e apre un filone all’interno della stessa produzione di Magnus, tuttavia non ruba la scena al forte quanto ostico impianto narrativo.

I Briganti si snoda attraverso quattro lunghi capitoli al cui interno convivono una miriade di personaggi le cui storie si intrecciano spesso in maniera casuale con repentini cambi di punti di vista che rendono la lettura ostica nell’accezione meno negativa del termine e più cerebrale.

E’ un carosello di personaggi che per sfortuna o per avarizia cadono in disgrazia, militari e funzionari pubblici che vengono inghiottiti nella macchina del potere e sotto i colpi dei potenti finendo “diseredati”. La loro unica prospettiva è quindi il brigantaggio e raggiungere la banda che popola le paludi del Liang-shan.

Ufficiali che pur di sfuggire alla legge che li vuole imprigionare diventano monaci dal piglio sempre belligerante o fuggono da colonie penali nelle quali sono stati mandati perché un potente ha messo gli occhi sulla loro moglie. E ancora un sindaco che si fa convincere a compiere un rapina spinto dai ricordi delle glorie passate sul campo di battaglia. Fino all’offensiva del governo che decide di usare il “pugno di ferro” sferrando una offensiva contro la banda del Liang-shan e prendendo invece una sonora batosta.

Ma ci sono anche funzionari che sotto l’aria mite nascondono un passato rivoluzionario e fanno quel che possono per intralciare la “prepotenza” del governo centrale.

E infine ci sono le divergenze all’interno degli stessi briganti e quelle interne allo stesso governo centrale. Le prime segnate da una spiccia praticità violenta, le seconde più ampollose dimostrano tutta la loro drammaticità sfociando praticamente in una guerra civile.

Se abbiamo già ampiamente discusso della forma – intrigante, peculiare e innovativa se vogliamo – de I Briganti quello che colpisce senza ombra di dubbio è il contenuto che, scevro da uno schema narrativo lineare, pone al centro dell’attenzione del lettore una riflessione sul potere, sul “buon governo” e sulle figure che dal potere vengono ostracizzate.

“…corruzione e ottusità in alto!… oppressione e ingiustizia in basso! …non c’è da stupirsi che i migliori vadano fra i briganti!”

Azzardando un paragone come una sorta di esercizio di letteratura comparata, I Briganti di Magnus possono accostarsi per contenuto al Quarto Mondo di Jack Kirby – epopea sci-fi che il Re dei Comics realizzò proprio negli anni ’70 per DC – perché entrambe le opere condividono quelle stesse riflessioni su potere, guerra, sulla divisione fra divino e terreno e fra poveri e ricchi.

Magnus ovviamente lo fa seguendo il suo stile. I suoi personaggi sono esagerati spesso grotteschi salvo poi allargare il tiro capitolo dopo capitolo passando da vicende personali ai grandi conflitti.

Il “buon governo” è mira di scherno, rabbia e l’autore bolognese non manca di dipingerne le assurdità fra opulenza e burocrazia insormontabile mentre i Briganti lungi dal fascino esotico di una certa letteratura piratesca sono individui spietati, spesso bestiali e senza onore.

E’ questo poi il punto di contatto fra i due schieramenti che Magnus contrappone. Il potere logora indipendentemente dalla nobiltà di intenti nella migliore delle ipotesi c’è una cambio al vertice, nella peggiore nuove guerre e nuovi conflitti in cui a farne le spese sono sempre gli ultimi alimentando così un circolo vizioso che non sembra avere mai fine regolando la vita “civile”.

Dal punto di vista grafico ne I Briganti è possibile rintracciare senza troppa fatica l’evoluzione nello stile di Magnus. Se i primi due capitoli infatti risentono ancora dell’influenza degli anni trascorsi su Alan Ford alla corte di Max Bunker con una maggiore attenzione per le espressioni e i tratti caricaturali di personaggi e situazioni mediata da una maggiore attenzione alla sinuosità della figura femminile di cui in quegli anni stava esplorando le potenzialità narrative nella “fase erotica” della sua produzione.

Con i capitoli tre e quattro il tratto si avvicina con decisione al realismo della maturità e in cui la linea è più spessa e decisa così come l’uso dei neri che diventa fondamentale offrendo un contrasto più netto anche alla luce di sceneggiature più improntate all’azione nel senso più ampio del termine e ad una costruzione della tavola che è già pensata per l’albo e non per la striscia così come accaduto per i primi due capitoli.

L’edizione absolute targata Mondadori Oscar Ink è un elegante cartonato di grandi dimensioni – 23,3 x 31,2 – che esaltano in lavoro grafico del Magnus disegnatore. Ottima la resa grafica con un’ottima carta dalla grammatura importante. L’apparato redazionale, costituito da una prefazione e da una breve postfazione di Fabio Gadducci, è essenziale ma puntuale. Ogni storia inoltre beneficia di precise indicazioni bibliografiche.

 

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