Van Gogh – Sulla Soglia dell’Eternità di Julian Schnabel | Recensione

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Arriva in Italia il nuovo film di Julian Schnabel, Van Gogh – Sulla Soglia dell’Eternità, con Willem Dafoe, Oscar Isaac e Mads Mikkelsen.

Anche volendosi dimenticare Loving Vincent, uscito solo l’anno scorso e troppo particolare, per tecnica ed inventiva, per essere dimenticato, Van Gogh al cinema è stato raccontato tantissime volte, per giunta da alcuni dei migliori registi e attori del XX secolo. Vincent Minnelli e George Cukor hanno diretto Kirk Douglas in Brama di Vivere (1959), Robert Altman ha fatto la stessa cosa con Tim Roth in Vincent & Theo (1990), addirittura Akira Kurosawa in Sogni diede la parte del pittore olandese a Martin Scorsese, mentre in tempi più recenti anche Benedict Cumberbatch (nel film tv Van Gogh – Lettere della Follia di Andrew Hutton) si è cimentato nella parte: viene da se che con Van Gogh – Sulla Soglia dell’Eternità, Julian Schnabel e Willem Dafoe si sono trovati davanti ad una sfida doppia, perché in qualche modo il film per avere una sua ragion d’essere avrebbe dovuto sia distinguersi dai precedenti, ma soprattutto reggerne ogni eventuale confronto.

Il film, pur non esente da difetti, riesce nell’impresa in maniera particolare, innescando cioè un cortocircuito piuttosto geniale e dipingendo un Van Gogh letteralmente alle soglie dell’eternità, che lo aspetta dopo la morte: quello di Dafoe è un Van Gogh cinematografico diverso da tutti quelli che lo hanno preceduto perché è illuminato, mansueto, riflessivo, contemplativo, sa quanto la sua arte verrà apprezzata dalle generazioni future, e nonostante la malinconia che comporta la consapevolezza di poter essere apprezzato solo quando non più in vita, rifugge in ogni possibile la mitologica turbolenza emotiva e comportamentale – ai limiti della follia – che tanto condisce le biografie del pittore post-impressionista.

Ambientato durante gli ultimi anni della travagliata vita dell’artista, Van Gogh – Sulla Soglia dell’Eternità racconta dell’amicizia con Paul Gauguin (Oscar Isaac), del celebre taglio dell’orecchio, della frustrazione di non riuscire a guadagnare da quei dipinti che lui sa essere così avanguardisti e inestimabili, fino ad arrivare al momento della morte, qui descritta come un omicidio, nonostante è opinione diffusa che Van Gogh si sia tolto la vita (forse, visto quanto questo Van Gogh sia proiettato verso il futuro/eternità, il suicidio avrebbe avuto un sapore più peculiare).

Evidente figlio del cinema di Terrence Malick (con dosi di Barry Jenkins nei primissimi piani), il film assume tratti crepuscolari ed estatici, onirici e acquosi, partendo da questa grande idea idiosincratica (enfatizzando la pacatezza in modo quasi agiografico in relazione ad eventi drammatici), e dà il meglio di se quando deve mostrare, un po’ meno quando si trova a dover raccontare e/o a spiegare:  la parte drammatica infatti non riesce mai a lasciare il segno, colpa soprattutto dei dialoghi non proprio brillanti della sceneggiatura (scritta a quattro mani da Jean-Claude Carrière e Schnabel) cui però le interpretazioni degli attori (da segnalare anche Mads Mikkelsen nel ruolo di un prete) riescono quasi sempre a sopperire.

Naturalmente tutte le pennellate del film sono per ritrarre lui, Willem Dafoe, il cui viso così rugoso e secco è adornato da questi occhi blu bagnatissimi e questo taglio sbarazzino, sembra una reincarnazione iperrealista degli iconici autoritratti vanghoghiani.

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