In occasione del quarantesimo anniversario, il capolavoro horror di John Carpenter torna nei cinema in versione rimasterizzata solo il 15, 16 e 17 ottobre.

“Ehi, è David Green!”, gracchiava la Annie Brackett di Nancy Loomis alla Laurie Strode di Jamie Lee Curtis nel primo atto di Halloween: era il 1978 e da allora sono passati quarant’anni, e chissà quanto deve averci sorriso David Gordon Green per questa assurda coincidenza, lui che fra pochi giorni si prepara a debuttare nei cinema di tutto il mondo con il suo sequel diretto al film di John Carpenter. 

Fatto sta che Annie si sbagliava, in quella macchina non c’era né il suo fantomatico amico David Green né il quasi omonimo nuovo regista della saga David Gordon Green, ma Michael Myers, che molti anni prima aveva abitato in quel quartiere e lo aveva lasciato quando l’avevano rinchiuso in un ospedale psichiatrico per capire come mai, nella notte di Halloween del 1963, aveva deciso di punto in bianco di assassinare la sorella maggiore: era innamorato di lei e non poteva sopportarla con un altro?, era in quell’età in cui si incomincia a crescere e ad interessarsi al corpo femminile e lui si era accorto di temere le donne?, aveva semplicemente paura del sesso …?

Oppure c’era qualcos’altro? Forse, sotto sotto, quel bambino non era umano?

La risposta più semplice potrebbe essere quella giusta, dato che è sulla semplicità che si basa il film di John Carpenter (come tutto il suo cinema in generale): in questo caso si parte da una trama semplice, lineare, che tuttavia apre a considerazioni filosofiche viscerali sulla società americana (senza genitori e abbandonata a se stessa come lo sono i bambini e gli adolescenti del film), sulla paura di diventare grandi, sulla rottura dei tabù e soprattutto sulla vera natura del male.

C’è un senso di paranoia che pervade tutto il film, dalla prima magistrale sequenza al finale inquietante e aperto (che apre alla possibilità che in Michael ci sia qualcosa che trascenda la sola cattiveria): la violenza, mai gore e soprattutto quasi del tutto assente, Carpenter la sfoggia solo in un paio di occasioni, preferendo atmosfere trasognate e ritmi ciondolanti che attanagliano lo spettatore, permettendogli di immergersi in un mondo di ombre e sospiri affannosi. Come Michael, che avanza verso le sue vittime camminando e non ricorrendole, il film si muove con carrellate dolci e long take infiniti in cui i personaggi sembrano costantemente seguiti da qualcuno, da qualcosa, da una presenza che non li lascia soli un attimo: è una lezione di costruzione della suspance cinematografica imprescindibile, che David Robert Mitchell avrebbe messo a frutto così splendidamente in It Follows, probabilmente il migliore fra i tantissimi eredi di Halloween.

Poi, all’improvviso, quando i personaggi escono dall’inquadratura, ecco che compare lui, spesso di spalle rispetto alla camera, in attesa del puntuale controcampo, quasi sempre alla luce di giorno, dietro una siepe o un’auto o all’angolo di una strada: come se potesse essere scambiato per il vicino di casa, o la persona che incrociate tutti i giorni quando uscite per andare a lavoro.

E’ questo che ci dice il film di John Carpenter, che il male può nascondersi in chiunque ma in alcuni meglio che in altri. Esattamente come il cinema e i suoi prodotti: alcuni vengono dimenticati, altri rimangono speciali anche dopo quarant’anni.

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