The Handmaid’s Tale – Stagione 2 | Recensione

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La seconda stagione di The Handmaid’s Tale è attualmente disponibile su TimVision.

Nell’anno trascorso tra la fine della prima stagione di The Handmaid’s Tale e l’inizio di questa seconda, ne sono successe di cose nel nostro mondo. Soprattutto dopo il caso Harvey Weinstein, che è stato riconosciuto colpevole di una serie di crimini riguardanti la molestia sessuale su luogo di lavoro, la società moderna si è resa conto che, ehi, è sbagliato maltrattare le donne, perché anche loro sono esseri umani con diritti uguali a quelli degli uomini.

Sorpresa, sorpresa.

In questi mesi il cinema ha raccontato la nuova presa di coscienza sociale, e la televisione ha fatto lo stesso. Con i nuovi episodi, lo show distopico creato da Bruce Miller per il network statunitense Hulu ha provato a fare lo stesso, e anche un po’ di più. Ben sapendo di essere stata una delle micce che nel 2017 hanno innescato la nascita dei vari movimenti di matrice femminista come il MeToo e il Time’s Up, The Handmaid’s Tale ha provato a riconfermarsi come voce più squillante e tenebrosa nel racconto quotidiano della condizione della donna, e nell’arco di circa 13 ore di narrazione l’obiettivo si può dire più che raggiunto.

Ancora una volta, per quanto orribile e disgustoso sia il mondo che abitiamo noi, tornare a Gilead è dieci volte più terribile. Non serve essere madri o donne per sentire il timore agghiacciante del mondo tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice canadese Margaret Atwood, un mondo che condivide le ansie distopiche di George Orwell con il look grigissimo de I Figli degli Uomini e soprattutto col fanatismo religioso di un romanzo di Stephen King. Davvero si ha la sensazione che Gilead sia il posto più orribile, crudele e disumano che l’immaginazione possa mai concepire, una specie di specchio distorto ed estremizzato all’ennesima potenza dell’attuale governo USA.

Non a caso il Canada, vicino di casa più piccolo e più verde – e soprattutto più liberale – è visto come il luogo idilliaco da raggiungere: una delle sequenze più riuscite di questa seconda stagione è proprio quella ambientata a Toronto, quando una delegazione dello stato autoritario di Gilead viene invitata per discutere una serie di accordi bilaterali fra i due governi; ebbene, fino a quel momento abbiamo passato talmente tanto tempo nei confini di questa spregevole nazione estremista da iniziare a considerarla distante anni luce dalla nostra mentalità e soprattutto dal nostro mondo … solo per scoprire che, appena spingiamo la testa fuori, è proprio del nostro mondo che si sta parlando.

E’ quasi destabilizzante come viene bilanciato il rapporto fra Gilead e il Canada: quella che fino ad allora avevamo considerato una fantascienza distopica viene immediatamente trapiantata nel nostro presente. In quella scena c’è tutta la forza politica di The Handmaid’s Tale, perché la serie non ci sta raccontando un ipotetico domani, ci sta raccontando l’oggi. E ci rendiamo conto che in questo momento, nel mondo in cui viviamo, ci sono donne i cui diritti vengono calpestati ancora di più rispetto a quanto accada nell’immaginario stato dei Comandanti.

La serie è quasi pornografica per come indugia sul dolore, sull’umiliazione, quasi horror nelle sue maniere di mostrare la sofferenza fisica e soprattutto emotiva di tutti i personaggi. Ma, esattamente come è accaduto nel nostro mondo nel lasso di tempo che ha separato le due stagioni, anche a Gilead il vento sta cambiando. Una rivoluzione, forse, è finalmente in atto. E il finale molto enfatizzato, in cui la protagonista sembra assumere l’identità di una vigilante vendicativa incappucciata, promette svolte inedite nella già confermata terza stagione.

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