Rimetti a Noi i Nostri Debiti di Antonio Morabito | Recensione

Pubblicato il 7 Maggio 2018 alle 15:00

Il film è disponibile su Netflix dal 4 maggio.

Spetta ad Antonio Morabito (che già aveva lavorato con Claudio Santamaria in Il Venditore di Medicine, che trattava argomenti non dissimili da questo Rimetti a Noi i Nostri Debiti) l’onore di dirigere il primo film italiano targato Netflix: muovendosi tra il noir, il surreale e il grottesco, il regista di Carrara realizza una metafora molto interessante sulla società italiana, i sensi di colpa, la corruzione (anche dell’anima) e il libero arbitrio.

Seguito spirituale del sopracitato Il Venditore di Medicine (2014), nel quale lo stesso procedimento di analisi critica e umanistica veniva applicato al mondo delle cause farmaceutiche, Rimetti a Noi i Nostri Debiti vede come coppia di protagonisti l’inedito duo composto da Claudio Santamaria e Marco Giallini, che fanno a gara di bravura nei panni di Guido e Franco, due addetti alla riscossione crediti i cui contorni morali rimangono volutamente poco definiti, aleatori e facilmente confondibili.

Guido (Santamaria) è un solitario, con un lavoro precario da magazziniere a reggere l’urto dei tantissimi debiti che gravano sulle sue spalle. Franco (Giallini) è l’esattore, luciferino sul luogo di lavoro tanto quanto sa essere amabile in famiglia. Quando il primo perderà il lavoro da magazziniere si ritroverà costretto a lavorare per il secondo, che gli farà da mentore per il tempo necessario a saldare il debito.

E così Guido entrerà nel mondo del recupero crediti di Franco (dove i riscossori indossano le loro tonache come un supereroe farebbe col proprio mantello), un mondo delineato dai contorni di una Roma straniante e grigissima, decadente e quasi spettrale, popolata da personaggi che più che vivere la propria vita si trascinano attraverso di essa in direzione della fine (“morti in vita” li definisce il personaggio di Giallini).

Molti i richiami alla religione, esaltati dalle scene in chiaroscuro, con una fotografia fiochissima a dipingere il quadro immaginato da Morabito, che con la sua regia scrupolosa lavora di sottrazione e spoglia la scena di ogni elemento superfluo, arrivando ad un ritratto non tanto del corpo della Città Eterna (e quindi dell’Italia) quanto piuttosto della sua anima (marcia, corrotta, nichilista): la nostra realtà diventa quindi un girone infernale di dantesca memoria, e come accadeva nella prima Cantica dell’Alighieri anche in  Rimetti a Noi i Nostri Debiti la critica all’apparato sociale ed economico italiano è molto poco sottile, mai banale ma sempre pungente (soprattutto attraverso il personaggio di Giallini o quello di Jerzy Stuhr, che presta il volto ad un vecchio professore appassionato della carambola vicino di casa di Guido).

L’unica forma di difesa e/o ribellione contro un sistema classista destinato ad inglobarci pare essere, secondo il regista, la libertà di scelta, il libero arbitrio, la sola arma a disposizione dell’individuo Davide contro lo Stato Golia. Un viaggio morale e spirituale di due protagonisti molto più simili fra loro di quanto non possa sembrare all’apparenza (e ai quali impareremo ad affezionarci), una piccola odissea contemporanea attraverso l’antro oscuro di una società in declino basata sul cinismo, l’istinto di sopravvivenza e la voglia di rivalsa.

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