2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick: cinquant’anni di un’opera senza tempo

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Il 2 aprile del 1968 veniva proiettato per la prima volta all’Uptown Theater di Washington D.C. l’ottavo film di Stanley Kubric, 2001: Odissea nello Spazio. E il cinema non fu più come prima.

Giro giro tondo, io giro intorno al mondo.

La forma geometrica del cerchio, l’eterno ritorno, l’atto stesso del girare su se stessi, di vorticare nella muta notte dello spazio, sono i leitmotiv di un’opera straniante e concentrica, che dal suo arrivo in quell’inizio d’aprile del 1968 ha continuato a propagarsi senza fine (“oltre l’infinito”). Non a caso l’ultima immagine della Terra vista dallo spazio riecheggia quella iniziale, tanto a livello visivo quanto nella musicalità di sottofondo, quella delle note dell’incalzante ed imponente sinfonia di Strauss, Così Parlò Zarathustra.

Cerchi, dunque. Circolarità. Ritorno.

Quindi eccoci di nuovo qui, cinquant’anni dopo. E giusto a pochi mesi dall’altro speciale dedicato all’altro film di Kubrick, Shining, che era tornato (giro giro tondo) nelle sale cinematografiche italiane lo scorso novembre: e se Christopher Nolan (che col suo Interstellar ha cercato un po’ goffamente di emulare l’opera di Kubrick, uscendone con le ossa rotte) porterà al prossimo Festival di Cannes una versione restaurata in 70 mm. del film in occasione del cinquantenario, qui a MangaForever non abbiamo voluto aspettare il palcoscenico della Croisette per rendere omaggio ad uno dei massimi capolavori della storia del cinema, che oggi 2 aprile 2018 spegne le cinquanta candeline.

Definito dallo stesso Kubrick come un’esperienza non verbale il cui messaggio non è comunicabile attraverso le parole (leggi: nelle due ore e venti del film le sequenze dialogate occupano poco più di trenta minuti), il film inizia (?) dall’alba dei tempi per terminare (?) in un domani non meglio specificato nel quale il protagonista, l’astronauta David Bowman, invecchiato da un’inquadratura all’altra (il montaggio finale è superbo) esala l’ultimo respiro della sua vita terrena e subisce una metamorfosi che gli consente di evolvere in un essere superiore, rappresentato come un feto-cosmico incubato in un utero ovale e fluorescente.

Dominato da ellissi, silenzi urlanti e inimitabili giustapposizioni di musiche e immagini, l’opera ha rappresentato fin dalla sua prima proiezione (al termine della quale l’attore Rock Hudson uscì di gran fretta dalla sala e chiese con fare molto diplomatico di cosa accidenti parlasse il film) la quintessenza dell’esegesi cinematografica: da allora centinaia i saggi di critica nei quali si cerca di trovare una risposta ai numerosi quesiti disseminati nella pellicola, un senso alle enigmatiche e magnetiche immagini partorite dalla mente di Kubrick (che vinse qui il suo unico Oscar, quello per gli effetti speciali) e fotografate da John Alcott (frequente collaboratore di Kubrick: tornerà per Arancia Meccanica e Barry Lyndon) e Geoffrey Unsworth (Tess, Superman, Assassinio sull’Orient Express).

Se si dovesse ridurre l’opera ad un solo termine, quel termine sarebbe “maestosa”.

Dal balzo temporale attraverso l’immagine dell’osso scagliato in aria da una scimmia che con uno stacco al montaggio diventa un’astronave in orbita intorno alla Terra (la violenza insita nell’uomo paragonata alla capacità immaginativa e progressista) alle elucubrazioni dell’intelligenza artificiale Hal-9000 (oggi più attuali di allora, paradossalmente), dall’eleganza registica dei movimenti all’interno dei corridoi della nave spaziale alla psichedelica sequenza finale nel capitolo Giove e oltre l’infinito, tutto in 2001: Odissea nello Spazio è ritratto con assoluta maestosità. Una maestosità distaccata e freddissima, direttamente riconducibile alla severità con la quale lo sguardo kubrickiano osserva e ritrae l’uomo, partendo dall’era delle scimmie (L’alba dei tempi) fino ad arrivare ad ipotizzare un eventuale prossimo stadio evolutivo.

Proprio come Nietzsche, che nel poema filosofico Così Parlò Zarathustra (la colonna sonora del film è indissolubilmente legata alle sue immagini) attraversava gli stessi stadi dell’evoluzione umana: scimmia (il branco di scimmie nel primo capitolo del film), umanità (gli astronauti), l’oltre-uomo (il feto-cosmico). Il tutto all’interno di una parabola circolare fondata sui temi nichilisti della teoria dell’eterno ritorno dell’uguale, secondo cui l’universo perisce e rinasce solo per ripetere se stesso eternamente. Come la pellicola di un film, che che si riavvolge e riparte all’infinito.

Cerchi, dunque. Circolarità. Ritorno.

Quindi eccoci di nuovo qui, cinquant’anni dopo. E il significato di 2001: Odissea nello Spazio rimane ancora sconosciuto e indecifrabile, un mistero cinematografico che sconfina e trascende le misure di tempo e spazio. Un’esperienza sensoriale che assorbe e trasporta, confonde e ipnotizza, una melodia visiva che canta di segreti inconoscibili nei quali, ancora oggi, è affascinante perdersi.

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