I videogiochi non sono eterni, questa è una triste verità. Giocare i mitici videogiochi delle decadi passate è una strada che, se scelta di essere percorsa, non lascia spazio a molte decisioni possibili: la prima, più ovvia e difficile da realizzare, è possedere ancora le console e i videogiochi adatti originali, rigorosamente funzionanti.

Se non si hanno questi due elementi  principali bisogna ricorrere all’espediente monetario, il quale diventa sempre più inaccessibile con lo scorrere degli anni dalla data di uscita di produzione delle console e dei videogiochi.

Al che, altre due possibilità compaiono sulla strada: una sono gli  emulatori e le roms, una scelta da molti considerata immorale – e addirittura illegale – per i motivi più disparati, alcuni più giusti di altri.
L’altra scelta riguarda i remaster.
Remaster.

Solo la parola infonde sensazioni che vanno dalla nostalgia al terrore che i cari amati compagni di gioco virtuali della più tenera età vengano deturpati e rovinati da un abuso senza ritegno per un mero scopo di lucro.

Ultimamente, però, quest’ultima descrizione sembra essere presa come unica, vera realtà. Ma la realtà dovrebbe essere considerata anche da altri punti di vista.

Iniziando dalla prima parte di questo articolo.
I videogiochi non sono eterni, o meglio: le compagnie di videogiochi non sono eterne.

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Ebbene sembrerebbe così, questa suona come prima verità. Le compagnie nascono e muoiono insieme ai loro creatori fatti di carne e ossa o, meno poeticamente, finiscono i loro beni finanziari, e la bancarotta decreta la sparizione delle speranze di vedere cosa avrebbe riservato il futuro di questa o di quella azienda.

Con le compagnie, ovviamente, muoiono anche i loro videogiochi. O meglio, termina la loro produzione per la vendita nei negozi (a meno che la compagnia non sia stata comprata o integrata da un colosso del marketing, e che questa sia abbastanza clemente da non ritirare prodotti vari già annunciati dai mercati globali).

Quando questo succede, viene a mancare anche una parte della storia dei videogames, che può essere più o meno personalmente importante. E bisogna, per forza di cose, prendere uno dei due o entrambi i cammini descritti sopra: “sganciare” cash o “piratare” emulatori e roms.

E quando il problema non è il fallimento di una compagnia ma semplicemente il continuo, incessante progredire di questa, con una tecnologia sempre più all’avanguardia, con personale costantemente necessario per lavori il più precisi e concisi possibili (dalle texture impeccabili al dinamismo degli elementi nel videogioco che si adattano alle condizioni climatiche di vento, pioggia e sole del mondo virtuale), con tempi tra un lancio di prodotto e l’altro il più ravvicinati possibile per non dare respiro alla concorrenza malefica, o con problemi di crisi finanziaria sparsa un po’ in tutto il mondo?

Quando uno sviluppatore di videogiochi vuole solo un attimo di respiro tra un hype e l’altro, accontentando i fans o sé stessi, è davvero così male rilasciare un remaster?

Esatto, magari un remaster in HD, che aggiorna la grafica o la giocabilità? Forse che aggiunge scene precedentemente tagliate per una questione di tempo o di budget? O perfino che dia il giusto merito a ogni capitolo della saga, com’è successo con le remaster di Kingom Hearts, di God Of War e di Metal Gear Solid (con i loro sequel e spin-off su altre console, riadattate per gli amanti della saga).

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Quando tutto ciò viene fatto, perché dovrebbe essere considerato per forza una cosa negativa? Forse perché gli sviluppatori guadagnano “tanto” con “poco”?
Sembra invece più realistico pensare che i costi di mantenimento per una casa sviluppatrice di videogiochi siano sempre più alti, e il budget richiesto per soddisfare i requisiti di ogni “next gen” sia altrettanto più pesante da sostenere, a meno che non sia già una casa affermata.

Continua a leggere, sfoglia pagina…

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