Poche settimane dopo Scheletri, Zerocalcare ci “regala” un altro fumetto, A Babbo Morto, potremmo definirlo un racconto breve, una novella di poche pagine, a tema natalizio, sempre edito da Bao Publishing.

A Babbo Morto – una novella di Natale alternativa

“Se proprio dovete fare dei figli, almeno dite loro la verità”

A Babbo Morto utilizza un mix di colori e bianco e nero (di solito il fumettista di Rebibbia opta per il bianco e nero) per inframezzare una serie di eventi in modo cronologico, quasi fossero a metà strada fra una sorta di diario personale e una favola natalizia da raccontare ai bambini accanto al camino (come si vede nella cover di Alberto Madrigal).

L’ironia che contraddistingue da sempre Zero, dalla copertina si espande alle 80 pagine del volume e, tra le righe ma in modo non troppo velato, si addentra in una critica socio-politico-culturale della società contemporanea e di alcuni fatti storici (come il G8 di Genova a cui lui stesso partecipò tra i manifestanti, che nel 2021 compirà vent’anni).

Tutto inizia con Babbo Natale morente a causa dell’età e di un brutto incidente. Di conseguenza la sua eredità deve essere acquisita da qualcuno, che sia Figlio Natale o la moglie Mamma Natale.

Il vuoto di potere “shakesperiano” porta anche alla crisi economica legata alla fabbrica di giocattoli per i regali dei bambini, che prima erano felici del cavallo a dondolo e col passare del tempo sono diventati sempre più tecnologici, vogliono il Nintendo e si stancano presto di un dono per passare a un altro, facendo perdere l’importanza del presente insieme a quella dell’artigianalità.

Non manca proprio nessuno all’appello nel fumetto: i folletti sfruttati a più non posso dalle logiche industriali della fabbrica di giocattoli, il Coniglio Pasquale con accento napoletano, le Renne che si rivelano un mezzo di trasporto attento all’inquinamento ambientale e quindi ai tempi che corrono, e così via.

A Babbo Morto – tra passato e presente

a babbo morto

Dopo la parentesi di raccolta La scuola di pizze in faccia del Professor Calcare Zerocalcare dopo Macerie Prime e Scheletri ancora una volta si muove tra passato e presente, perché sembra avere paura di fare il salto definitivo nel futuro insieme al suo alter ego, al suo fidato Armadillo e ai suoi personaggi.

In A Babbo Morto lui e gli altri effettivamente non compaiono, ma in realtà è come se lo facessero attraverso le proteste e gli scioperi dei folletti, “calpestati” dalle forze dell’ordine e dai dirigenti della fabbrica di giocattoli (come ci aveva raccontato proprio in Macerie Prime con dei flashback ambientati al G8).

Alcune note ci fanno capire che temporalmente siamo a cavallo tra fine anni ’90 e inizio anni 2000 nella storia raccontata, ma la stessa potrebbe essere senza tempo, proprio come una vera novella natalizia.

Muovendosi fra scioperi, crumiri, abuso della legge e via discorrendo Zerocalcare sembra ripercorrere la storia d’Italia (e non solo) in maniera cruda, efferata, lasciando a delle tavole a colori piene di ghirlande e addobbi la narrazione fiabesca e affidando invece alle pagine in bianco e nero gli “spezzoni di cronaca”, nuda e cruda per mostrare al lettore ciò che è realmente accaduto.

L’interesse sociale dei suoi lavori, oltre che raccontare una generazione, non è mai stato un mistero e ha raggiunto l’apice con Kobane Calling e anche nel recente Scheletri ha avuto un forte impatto, raccontando le vite ai margini delle borgate romane. La verve e l’ironia dolceamara qui propone nuove trovate geniali, facendo però forse sentire la mancanza al lettore proprio di Zero, Secco, Cinghiale e degli altri.

Quello che viene da chiedersi alla fine della lettura di A Babbo Morto è: qual è il significato di questo volume e qual era il “bisogno” che ha portato Zerocalcare a realizzarlo? Unire il lato commerciale del fumetto da regalare alle feste a quello della storia tra le righe, criticando proprio quello stesso commercio spasmodico nel fumetto stesso e la storia del G8 e delle manifestazioni?

Ricordarci che la storia con la S maiuscola è importante perché ci ha portato ad essere ciò che siamo oggi (nel bene e nel male)? Forse questo racconto, così (possibilmente) carico di livelli e significati, avrebbe meritato più pagine e più spazio per strutturarsi ed espandersi.

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