Anche solo per sentito dire è oltremodo impossibile non sapere cosa sia Weekly Shonen Jump, ma se siete quella strettissima cerchia di appassionati a cui non interessa particolarmente il mondo giapponese è giusto sapere che si tratta di una, se non la, delle più celebri, fruttuose, prosperose e commercialmente all’avanguardia riviste manga al mondo con sede a Tokyo.

Ammiraglia della casa editrice Shueisha, Weekly Shonen Jump ha sfornato capolavori assoluti come Dragon Ball, One Piece, Naruto, Death Note, Hokuto no Ken, Dr. Slum, Slam Dunk, Saint Seiya (perdonate se non ne citiamo altri importanti), e si è fatta strada tra le riviste concorrenti partendo qualche anno in ritardo rispetto ai rivali contro cui ogni settimana battaglia.

La rivista giapponese ha affrontato la sua fase dorata arrivando all’apice del mondo costruendo e plasmando le vite dei suoi lettori e delle generazioni in maniera tale da renderla, dopo 50 anni, ancora appetibile e sensuale.

Shonen Jump è ancora l’angolo dell’intrattenimento dei giovani giapponesi e oggi nuove hit, come My Hero Academia, Demon Slayer: Kimetsu no Yaiba, Black Clover, The Promised Neverland (One Piece, ancora), hanno ereditato le fortune forgiate dai colossi che abbiamo già citato portando il magazine a dare inizio ad una nuova era.

Se prima il manga di genere battle shonen, specifichiamo, era parecchio movimentato dalle azioni, in particolar modo dalla lotta e dalla sfida anche in campo sportivo, oggi le opere hanno un approccio più ragionato, più discorsivo, più romanzato. Shonen Jump si è evoluta e ha lasciato spazio anche ad opere di nicchia, ma che in qualche modo riflettono stilemi e stereotipi della Golden Age.

Proprio a causa di questa invisibile catena, il battle shonen di Weekly Shonen Jump si porta dietro quello che, secondo il nostro modesto parere non popolare, è un unico problema: il rischio del nuovo.

Se guardiamo le classifiche, specifichiamo “giapponesi”, dei sommari di Shonen Jump di ogni settimana ciò che emerge è che le serie di spicco, quelle veramente adorate dai giapponesi, sono essenzialmente rappresentate da ciò che va di “moda” o, in altre parole, ciò che è mainstream.

Piuttosto che essere una “scoperta dell’acqua calda” è una critica che va umilmente sollevata dal momento che, escluso l’imperituro e sempre apprezzato One Piece (che nasce verso la conclusione della Golden Age), le serie al primo posto che contano meno di cinque anni di serializzazione sono composte da caratteristiche narrative e scenografiche già viste dai grandi del passato.

Basti guardare My Hero Academia di Kohei Horikoshi, Black Clover di Yuki Tabata… o, senza andar troppo lontano, Demon Slayer: Kimetsu no Yaiba di Koyoharu Gotouge che si è concluso il 18 maggio 2020 con uno straordinario successo editoriale da capogiro  superando addirittura One Piece stesso con soli poco più di 200 capitoli pubblicati e meno di dieci anni di serializzazione.

Queste opere hanno avvicinato nuovi lettori al mercato della cultura manga, ma è indubbio che tra le loro cellule siano impiantati quei geni inizialmente partoriti dalle menti più gloriose come quelle di Akira Toriyama, degli autori di Hokuto no Ken, di Hirohiko Araki e di tanti altri che hanno cavalcato l’onda della generazione manga degli anni ’80 e ’90.

Le nuove opere hanno un setting e una destinazione narrativa differenti, ma il character design, i power-up proposti, il movimento emotivo dei personaggi e i nemici strizzano l’occhio alla Golden Age, riproponendola in chiave moderna.

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Lo stesso Kimetsu no Yaiba è un classico manga di combattimento mainstream che non aggiunge nulla da far gridare al miracolo innovativo, nulla di particolarmente mai visto prima. La forza del manga del sensei Gotouge è quella di saper unire la tradizione giapponese e il puro combattimento con il grande coraggio di essere estremo, profondo, sanguinario ed eroico al punto giusto, lasciando spazio alla morte (altra caratteristica che sta lentamente svanendo in Shonen Jump).

Le storie dei moderni manga di combattimento, viste nella loro totalità, non si distaccano tanto dal passato poichè i protagonisti si allenano per raggiungere il loro sogno messo a repentaglio da nemici sempre più potenti. Il fine del protagonista del 2020 è senz’altro differente da un Rufy (per citarne uno fra i tanti), ad esempio, ma la strada per raggiungerlo è molto similare ad esso.

E quindi, chi deve alzarsi e sporgersi sul banco degli imputanti per questo “rischio del nuovo”?

La risposta, molto banalmente, è: “i lettori giapponesi“.

Shueisha sempre più frequentemente lancia nuove serie manga e molte di esse sono davvero innovative, che vogliono offrire qualcosa di diverso. Oggi giorno molti artisti emergenti stanno pubblicando su Weekly Shonen Jump, ma sono sempre in meno coloro i quali hanno successo con la loro prima serializzazione.

Sempre ogni settimana sul magazine i lettori possono compilare di proprio pugno uno schedario dal quale i capi alti della casa editrice analizzano le serie più popolari. Le serie più votate dai lettori giapponesi finiscono nelle prime pagine della rivista, mentre quelle meno votate vanno in fondo al magazine.

Weekly Shonen Jump è una rivista con un dispositivo di autodistruzione al suo interno dal momento che le ultime pagine non sono dedicate alle nuove opere o alle opere di autori poco conosciuti, ma valgono per quelle meno popolari (quelle che stanno andando male) e sono le stesse che finiscono per essere eliminate per far spazio ad altro se la situazione non migliora.

Non importa se si è autori affermati o meno, se si è storici o novellini, se una storia non è apprezzata dai voti dei lettori giapponesi (pertanto contano relativamente le vendite internazionali), l’opera viene eliminata.

Questo è il caso, clamoroso oltre che più recente, di Samurai 8: La Leggenda di Hachimaru (Hachimaruden), il nuovo manga scritto Masashi Kishimoto (autore di un fumetto che, ironicamente, ha fatto “poca” risonanza nel mondo, ovvero Naruto).

L’opera è stata disegnata da Akira Okubo (ex assistente di Masashi Kishimoto per Naruto) ed è stata serializzata da maggio 2019 a marzo 2020. Poco meno di un anno.

Il destino di Samurai 8 non era di vivere come un manga breve, diversamente l’opera è stata cancellata prematuramente poichè non ha colpito gli autori giapponesi restando ancorata per davvero tanti mesi nelle zone più remote del magazine settimanale.

Masashi Kishimoto aveva a più riprese dichiarato di voler creare un nuovo manga con lo scopo che superasse Naruto e per farlo doveva distanziarsi completamente da quelle radici della Golden Age (ricordiamo che anche Naruto trae forte ispirazione dalle opere storiche), proponendo, con la storia di Hachimaru, un modello completamente inedito.

L’autore non avrebbe mai creato un’opera identica a Naruto, non era questo ciò che lo spingeva a tornare nell’inferno di Shonen Jump. L’unico motivo che lo ha spinto era la sfida con se stesso, la sfida del nuovo, una battaglia per comprendere se avesse la forza di proporre un qualcosa di diverso, per una volta, che non rispecchiasse le consuetudini del mainstream.

Kishimoto aveva l’idea di proporre la commistione di fantascienza e tradizioni giapponesi mosse dai guerrieri samurai. Certo, le caratteristiche del combattimento non si distanziavano dalla tradizione, ma il word-building, il setting dell’ambientazione fra gli universi, il design dei personaggi ed equipaggiamenti che univa realtà e cyborg… tutto ciò era qualcosa che poteva offrire un’alternativa.

Tuttavia i lettori giapponesi sembra non abbiano colto le intenzioni dell’autore giapponese, o meglio non hanno dato egli una chance di sopravvivere abbandonando sul nascere un’opera da autore d’esperienza.

D’altro canto per Shueisha non vi è differenza se si è autori affermati o meno: su Shonen Jump proseguono le opere più popolari, e anche se si proviene da un successo il pubblico sovrano potrebbe non essere grato, o ancora, potrebbe non dar fiducia a chi ha offerto più di 10 anni di sano intrattenimento.

L’opera di Kishimoto che univa comunque concetti futuristici con altri tradizionali e mitologici non è stata accolta da un pubblico che, ancora dopo davvero molti anni, ha bisogno di un battle shonen classico e che non impegni troppo la mente con impostazioni articolate ed incredibilmente astratte come quelle di Samurai 8.

Il lettore giapponese si accontenta dello stereotipo dell’eroe che combatte e diventa più forte con la forza del coraggio fino a che non sconfigge tutti i suoi nemici. Pertanto, in altre parole, nello scenario del battle shonen pare che Weekly Shonen Jump non sia ancora pronto ad innovazioni degne di questo nome.

Chiaramente Samurai 8 è solo un esempio lampante come gli altri per supportare la nostra tesi sollevata poichè è il prodotto di un autore che ha raggiunto la vera gloria fa, ma Kishimoto non è il primo autore che ha fallito con il “secondo”.

La situazione peggiore accade nel momento in cui quando un autore propone un battle shonen con caratteristiche standardizzate, ma fallisce. Questo è lo scenario che, d’altro canto, accade davvero di rado poichè le serie prima di passare in rivista viaggiano per una catena di montaggio davvero minuziosa di accettazioni e controlli tra editor in sede di serializzazione.

Da cosa emerge da questa disamina? Di certo non una critica nei confronti della rivista che comunque spinge al massimo con campagne markenting le proprie opere, ancor di più quelle dei veterani, per permettere loro di vivere al più a lungo possibile.

Il rischio del nuovo va attribuito ai lettori che in qualche modo preferiscono restare ancorati agi stereotipi già visti e rivisti, ma che in qualche modo fanno breccia nei cuori poichè rievocano i dolci ricordi dell’infanzia.

Questo tuttavia va a minare l’altra, seppur piccola, fetta di fan che si nutre di manga di nicchia, ma che devono accontentarsi di opere che prima o poi verranno cancellate… e non importa se dietro un lavoro ci sia un novellino o un veterano.

La triste realtà si spiega quindi di fronte alla nuova generazione di manga che anche se vanta un ventaglio di opere niente male, guardiamo Jujutsu Kaisen e Chainsaw Man, corre il rischio di bruciare il successo di quelle opere non necessariamente mainstream, ma che hanno necessità di avere più tempo per dimostrare ciò che valgono… ma il tempo non è un’opzione in casa Shonen Jump.

Il battle shonen attuale, pertanto, di uno scenario innovativo, ma le idee dei mangaka e le possibilità offerte dalla casa editrice sono davvero tante e variegate, pertanto gli orizzonti di una rivoluzione positiva sono sempre dietro l’angolo.

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