La quarta stagione sarà l’ultima per Mr. Robot, apprezzatissima serie thriller-drammatica creata da Sam Esmail con protagonista il prossimo villain di James Bond in No Time to Die, Rami Malek.

Per questo finale, la serie vincitrice del Golden Globe nel 2016 è riuscita nell’impresa di superare sé stessa, arrivando non solo a dare una degna conclusione al percorso di Elliot, ma innalzando il livello di qualità della serie con un’intensità drammatica fuori dal comune.

La serie riprende lì dove si era interrotta, dopo l’intenso finale della terza stagione, con la cancellazione dell’attacco del 9 maggio da parte di Elliot, sempre più convinto di distruggere la Dark Army.

NATALE ROSSO SANGUE

Gli eventi di questa quarta stagione si svolgono durante le vacanze natalizie del 2015: dopo la cancellazione dell’attacco del 9 maggio, Elliot torna al lavoro con Mr. Robot per distruggere definitivamente la Dark Army e fermare Whiterose, che continua a credere di poter convincere Elliot ad assecondare il suo piano, sfruttandone l’abilità.

Insieme a lui, Darlene, che dovrà metabolizzare la sconvolgente morte di Angela lottando continuamente, insieme al fratello e a Dom (continuamente ricattata dalla Dark Army e dunque alla loro mercé) per rimanere viva.

Violenza, sangue, azione e hackeraggi annulleranno i confini fra buoni e cattivi spingendo soprattutto Elliot, il nostro protagonista, ad affrontare il suo passato e il suo nemico più grande: sé stesso.

ANALISI DELLA REALTÀ

Mr. Robot, ormai lo sappiamo bene, è molto di più di una serie sull’hackeraggio e sulla vendetta contro la diabolica società capitalistica: è una vera  e propria analisi della realtà, a partire dalla psiche di un singolo individuo.

Episodio dopo episodio, con una trama comunque avvincente ma propedeutica a questa proposta, gli sceneggiatori ci affiancano al viaggio di Elliot all’interno di sé stesso e all’ampia gamma di sensazioni che lui, da  essere umano, è capace di provare.

La realtà, attraverso i disturbi di Elliot, è messa continuamente in discussione in maniera pirandelliana e l’unico modo per trovare la “verità”, per lo spettatore quanto per il nostro protagonista, è vivere il sentimento del dramma di questo ragazzo, disperso (forse più di altri, ma sicuramente come tutti gli altri) nel mare della vita, nel rapporto fra sé e la società in cui vive.

Questa tensione crescente, dove Elliot si “amplifica” continuamente arrivando poi a chiudere il cerchio (suo e della serie) in un finale folle, travolgente ma pienamente comprensibile e soddisfacente, avanza durante la stagione al ritmo di una narrativa incalzante dove, tra un episodio e l’altro (coi titoli in larga parte collegati ad errori del protocollo di rete HTTP) trova spazio di caratterizzarsi maggiormente anche Whiterose (interpretata da un perfetto BD Wong).

Se l’audacia della tematica proposta risulta così tanto premiabile è però sicuramente non solo grazie allo sviluppo narrativo datogli, ma anche a scelte di regia pienamente d’autore, perfette e descrivibili con un solo termine: magnifiche.

La già fantastica genialità del frenetico episodio muto, scandito solamente dall’azione, si fa piccola di fronte all’episodio 7, 407 Proxy Authentication Required, vero punto di svolta per la stagione e l’intera serie: diviso in tre atti, dagli echi shakespeariani, è capace di far straripare un’intensità drammatica al limite del sopportabile con una realizzazione sopraffina.

Le performance, su tutti, di Rami Malek e Elliot Villar (quel Fernando Vera che improvvisamente sale in cattedra e si rivela personaggio decisivo per il motore narrativo) non fanno che impreziosire ancora di più una serie che, per l’originalità e la complessità dei temi proposti, non farà fatica ad inserirsi fra le migliori di sempre.

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