Tipico prodotto estivo con ambientazione marittime varie ed eventuali e didascalici e non richiesti sottotitoli aggiuntivi per il mercato italiano, Wolf Call – Minaccia in Alto Mare di Abel Lanzac alias Antonin Baudry può sembrare l’ennesimo sotto-prodotto da discount (vedasi il recente Hunter Killer – Caccia Negli Abissi di Donovan Marsh) dei ben più riusciti film ambientati nelle plance dei sottomarini (vedasi Caccia a Ottobre Rosso di John McTiernan, U-Boot 96 di Wolfgang Petersen, K-19 di Kathryn Bigelow, Allarme Rosso di Tony Scott),  eppure sia dal primo che dai secondi cerca di distanziarsi assumendo dei toni diversissimi sia dal punto di vista tecnico, sia dal punto di vista narrativo.

Sarà la produzione tutta francese alle spalle del progetto, ma il regista esordiente dimostra una conoscenza talmente enciclopedica del cinema claustrofobico con “location” sotto la superficie del mare da riuscire a conferire al suo film una sorta di cifra stilistica tutta sua, totalmente indipendente dal resto. La conosce così bene che sembra conoscere solo quella, con la conseguenza che Wolf Call si atteggia in un modo quando è dentro il sottomarino, e in un altro (molto meno riuscito) quando invece è fuori da esso.

La storia segue il Titano, un sottomarino nucleare francese che si trova in missione al largo della costa siriana sotto il comando di Grandchamp e dal suo assistente D’Orsi. I due, così come il resto dell’equipaggio, fanno affidamento sul protagonista, Chanteraide, che ha l’incredibile dono di riconoscere ogni singolo suono che sente tramite un udito supersviluppato (davvero: i colleghi lo soprannominano “orecchio d’oro”).

A bordo di quel sottomarino ogni cosa dipende da lui, tutti lo reputano il migliore, tutti gli vogliono bene. Finché un giorno non commette un errore che mette l’equipaggio in pericolo di vita. Non solo, perché per cercare di recuperare la fiducia dei suoi compagni finirà per mettersi in una situazione ancora più drammatica.

E’ mondo della dissuasione nucleare e della disinformazione che si muovono gli ingranaggi di questo film, che sa come creare e manipolare la tensione. Parte di questa abilità viene dal concept di base, due sottomarini a caccia nelle profondità dell’oceano, ognuno in attesa che l’altro faccia una mossa sbagliata, ma il resto ce lo mette tutto Lanzac/Baudry, che davvero conferisce incredibile carisma anche all’anima del film che proprio rientra nel campo del banale (c’è una retorica militarista già vista moltissime volte, a sua volta condita con elementi di fantapolitica che da soli non sarebbero bastati a trascinare il film nel campo del riuscito).

Il cast nutritissimo (François Civil, Omar Sy, Mathieu Kassovitz, Reda Kateb) fa un lavoro notevole giocando con l’immobilità dei volti, tutto è teso perché tutto è fermo, in pratica l’esatto contrario di quanto accade invece nei film di questo tipo, dove tutto è tipicamente ipercinetico e la tensione si raggiunge a perdifiato; Wolf Call invece quel fiato invece di spirarlo a pieni polmoni lo trattiene, nel tentativo di renderlo più enfatico.

A volte ci riesce, e quando lo fa può addirittura arrivare a vantare una caratteristica davvero peculiare, che al giorno d’oggi è cosa rara.

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