Non è che faccia o possa anche solo vantare questo gran lavoro di rinnovazione La Bambola Assassina di Lars Klevberg, che nonostante una grossa approssimazione in fase di scrittura può comunque dirsi un’operazione riuscita: l’obiettivo, appare evidente, è quello di svecchiare una saga e rileggerla in chiave millennials – la parola ci viene anche suggerita da uno dei comprimari, che la usa quasi con rassegnazione nei confronti di un gruppo di ragazzini che si fanno gioco di lui – disinnescando totalmente l’elemento fantasy e puntando tutto su quello tecnologico, molto meno sexy ma decisamente più pragmatico.

Un Chucky posseduto dallo spirito di un serial killer vendicativo non può appartenere alla generazione di Fortnite, i demoni oggi fanno molta meno paura rispetto a quella che è sicuramente l’idea che più farebbe mancare alla società la terra sotto i piedi, ovvero la ribellione della tecnologia. Non abbiamo a che fare con Skynet ma quasi, la paura più grande di oggi è il digitale che si rivolta in un mondo in cui tutto è digitalizzazione (e infatti in Polaroid, sempre di Klevberg, il nemico era l’analogico, arcaico e incomprensibile per i giovani d’oggi), e il concept di per se è sia efficace che ben realizzato (e naturalmente si apre per potenziali sequel).

Quello che non funziona, e che viene accentuato – o meglio non celato – da una messa in scena sì ordinata ma che risulta anche un po’ scontata e priva di spunti particolarmente interessanti, è proprio la scrittura dei personaggi, lasciati ad interagire fra di loro e fare ciò che la sceneggiatura vuole piuttosto che dare l’impressione di prendere decisioni per lo stessi.

È un’inseguirsi di pigrizia che si limita a fare della mediocrità un vanto, ma lo fa con convinzione, commettendo l’ingenuità di non accorgersi che appena oltre quel pizzico di coraggio in più che si sceglie di non raggiungere si poteva nascondere qualche forma di pseuo-grandezza: già dal prologo la sensazione di questo lavoro di pressappochismo appare evidente, con la decisione di un impiegato di una fabbrica vietnamita di manomettere un bambolotto della linea Buddy che viene presa lì per lì dopo quelli che si può intuire siano stati mesi e mesi di soprusi del suo superiore; esprimendo meglio il concetto la vendetta del lavoratore orientale poteva anche passare per un bella allegoria di una rivincita barra dito medio delle classe meno agiate nei confronti del capitalismo, ma per come il film ce la narra, cioè con il minimo indispensabile di inventiva, la scena diventa solo un meccanismo narrativo escogitato per far arrivare nel minor giro di lancette possibile quella determinata bambola a quella determinata famiglia.

Le grandi aziende vanno a sfruttare la manodopera nei paesi più poveri dell’Asia, il film ce lo accenna ma poi passa oltre (il discorso lo riprende appena appena nel finale, di nuovo puntando il dito verso il cinismo delle corporazioni, di nuovo con pochissima voglia di farlo).

Se non altro è davvero lodevole il modo in cui il nuovo Chucky appare in scena, con una CGI ridotta all’osso e quasi sempre affidandosi agli animatroni, e le sequenze delle uccisioni sono tutte divertenti, con un atto finale che – come al solito – fa il minimo sforzo per far confluire tutti i personaggi nello stesso posto e nello stesso momento. Ancora una volta si accenna a quella che da lontano e col binocolo potrebbe sembrare sotto-testo di critica sociale (la foga delle folle accalcata nei negozi per le ultime novità in fatto di tecnologia) ma proprio a questo film qui darsi una qualche forma di importanza non interessa.

Potrebbe dare fastidio a chi da un horror cerca qualcosa di più, ma l’ostinatezza con la quale La Bambola Assassina rifiuta di fingersi ciò che non è, ossia un film maturo, è quasi ammirevole.

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