Ci sono registi che fanno sempre e comunque la stessa cosa – lo abbiamo visto proprio questa settimana con Gaspar Noè e il suo pessimo nuovo film, Climax – e poi ci sono i registi che, nel bel mezzo della post-produzione del suo progetto più ambizioso (The Irishman, atteso su Netflix per il prossimo autunno) si concedono di lanciare – con tanto di apparizione in pompa magna alla prima mondiale di un paio di giorni fa – un articolato, lunghissimo e magnifico documentario su quella che è forse la figura musicale più importante e conosciuta degli Stati Uniti d’America del Novecento, Bob Dylan.

Con Rolling Thunder Revue – la sua seconda opera documentaristica sul musicista/poeta dopo No Direction Home: Bob Dylan del 2005 – Martin Scorsese torna nel 1975, l’anno che nella sua filmografia separa Alice Non Abita Più Qui (1974) da Taxi Driver (1976), l’anno in cui Bob Dylan – che avevamo lasciato come astro nascente della musica folk al Gaslight Cafe nell’epilogo di A Proposito di Davis (2013) di fratelli Coen – decise di inaugurare uno dei suoi tour più celebri, il Rolling Thunder Revue.

L’essenza del film è il notevole utilizzo di filmati d’archivio, con esibizioni sul palco e dietro le quinte del tour, che Dylan concepì come una sorta di circo itinerante: ma come i migliori documentari Rolling Thunder Revue è molto più che un semplice montaggio di rappresentazioni archivistiche restaurate con la vivacità dei colori degli anni ’70, è uno sguardo audace e concentrato su quel preciso momento nel tempo di una carriera a dir poco longeva, e di conseguenza uno spaccato su quella precisa realtà della società statunitense.

Ma c’è tutta un’aura sciamanica che circonda l’opera e che trasuda sia dai filmati dell’epoca, sia dalle dichiarazioni del Bob Dylan di oggi, intervistato da Scorsese: “Non ricordo nulla di Rolling Thunder”, dice Dylan in un’intervista per la foto. “È successo così tanto tempo fa che non ero nemmeno nato”, oppure: “Quella canzone mi comparve in sogno”; l’intero film riecheggia quell’approccio fantastico, del tutto non-analitico, che Scorsese apre con una clip del cortometraggio The Conjuring of a Woman di Georges Melies del 1896 – il regista è stato piuttosto esplicito nel raccontare la sua passione per Melies in passato, e non solo in Hugo Cabret – cortometraggio nel quale un mago fa sparire una donna.

Il frammento enfatizza quanto questa non sia la storia definitiva di Bob Dylan, ma UNA storia di Bob Dylan immaginata e modellata da Scorsese stesso: è Dylan ripensato attraverso la lente cinematografica di un cineasta-mago che scava nel passato con trucchi artigianali ed effetti speciali, senza doversi preoccupare di ordinare la realtà.

Dal momento che – escluse le interviste – il cineasta non ha girato praticamente nulla per questo film, Rolling Thunder Revue vive di montaggio, e questo è da manuale di cinema! A livello tecnico si tratta di un lavoro squisitamente preciso, fluido ma turbolento che scorre davanti all’occhio di guarda e davanti a quello rievoca una realtà che sembra sia vicina che lontanissima: è quella di Bob Dylan, è quella di Martin Scorsese, è quella degli anni ’70, della poesia e della musica, e soprattutto è quella del cinema, che nelle mani di chi ne sa può creare qualsiasi tipo di mondo e qualsiasi tipo di verità.

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