Esordio nel lungo per Bart Layton escludendo il documentario del 2012 L’Impostore, questo sgarbato, esaurito e divertente heist-movie che è American Animals – tratto da una storia vera ugualmente sgarbata, esaurita e divertente – ha il pregio (a tratti invidiabile) si riuscire a fondere con precisione chimica elementi diversissimi fra loro come il doc biografico, il fantasy, la commedia e il crime movie, il tutto all’interno di un racconto coeso e coerente (forse un po’ appena appena lungo) che ricrea e analizza una vera rapina commessa nel 2004 da un quartetto di svogliati e annoiati universitari in cerca di emozioni, ma nel farlo si interroga sul ruolo che la cultura popolare ha nell’esaltare (fin troppo, a volte) il mondo della (vera) criminalità.

Protagonisti della vicenda Spencer (Barry Keoghan) e Warren (Evan Peters), due amici di Lexington, nel Kentucky, che studiano all’università locale ma senza troppe soddisfazioni e con ancor meno voglia: insieme decidono di dare una svolta alle loro vite, al punto di arrivare a dirsi disposti a tutto pur di farlo.

L’obiettivo che si mettono in testa? Rubare un rarissimo libro antico, che nonostante una stima di valore elevatissima viene custodito quasi con noncuranza nella biblioteca universitaria. Per la missione i due protagonisti reclutano altri due compagni di corso, Eric (Jared Abrahamson), quello bravo con i numeri, e Chas (Blake Jenner), quello votato allo sport: programmare la rapina fino agli ultimi dettagli come fanno i rapinatori dei film, però, potrebbe non bastare a preservare il loro piano da tutta una serie di rocamboleschi imprevisti che ne ostacoleranno la riuscita.

Potete immaginare l’epilogo dato che oggi siamo qui a parlare di un film tratto da questi quattro pittoreschi personaggi realmente vissuti, e ciò che affascina Layton è proprio la natura “vera” della vicenda, perfetta per essere rielaborata in chiave cinematografica: molto rapidamente American Animals ci dimostra ancora una volta quanto possano essere piacevoli da guardare questo genere di storie se caratterizzate da un taglio sincopato, da una colonna sonora che dia ritmo, perfino da qualche virtuosismo tecnico macchina (molto buono il lavoro del montatore Nick Fenton e quello del direttore della fotografia Ole Bratt Birkeland).

Layton sembra voler fermare il suo film esattamente a metà tra classicismo e post-modernismo, citando tanto The Killing di Stanley Kubrick quanto Le Iene di Tarantino (che poi ne è la diretta evoluzione) e andando a riparare nei territori consoni al cinema di Edgar Wright. Coinvolto sia come sceneggiatore che come regista, Layton però non rinnega i toni drammatici e dimostra di saper bilanciare il tutto con l’abilità di un autore al vertice della propria carriera, giocando con la malinconia e il passaggio del tempo, e con la capacità che questo ha di mettere tutto in prospettiva. E’ la cosa migliore del film, che (chissà quanto) consapevolmente parte dal mondo del cinema per arrivare al nostro mondo, come a voler riflettere su quanto il lieto fine sia assoluta prerogativa della celluloide.

Per come riesce a gestire sia dettagli della rapina sia le sue conseguenze, con un’autenticità che potremmo definire vigorosamente emotiva, American Animals merita di diritto un posto nel pantheon delle migliori opere prime degli ultimi anni.

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